LASZLO KUBALA

Nato a Budapest il 10 giugno 1927, inizia a lavorare in fabbrica giovanissimo, ma il suo senso per il pallone è troppo grande per rimanere racchiuso in una tuta blu. Gioca con la squadra del dopolavoro, il Ganz, e presto conosce anche la maglia delle rappresentative giovanili ungheresi. A diciassette anni, appena terminata la guerra, viene ingaggiato dal Ferencvaros esordendo il 29 aprile del ’45. Tozzo e robusto, diventerà un piccolo armadio di 1,75 per 83 chilogrammi, con i piedi pieni di classe e fantasia. L’indole ribelle viene a galla quando nella primavera del ’46 decide di scappare a Bratislava per un ricco contratto con l’SK; il Ferencvaros si trova di fronte al fatto compiuto ed è costretto ad accettare una sorta di risarcimento, 15.000 fiorini.

La nazionalità cecoslovacca del padre, apre a Kubala le porte della Nazionale vice campione del mondo 1934 con cui gioca 11 partite segnando 8 reti. È proprio durante una di queste gare che il calcio italiano fa la conoscenza di questo giovane talento. Durante la sua permanenza a Bratislava conosce e s’innamora della figlia dell’allenatore, Ferdinand Daucik, Ana Viola, con la quale ha un figlio e si sposa, ma l’idillio con la società slovacca dura pochissimo.

Nel ’48 Laszlo torna a Budapest per giocare con il Vasas. Tutto sembra rientrare nei canoni di una normale vita da calciatore, ma il governo ungherese decide di inquadrarlo nella “Legione rossa”, con il divieto d’espatrio. La situazione per Kubala diventa insostenibile ed apparentemente senza via d’uscita: lui a Budapest, solo e “prigioniero”, Ana
Viola e Branko (futuro eccellente talento calcistico, stroncato in giovanissima età dalla leucemia) in Cecoslovacchia, lontani da Laszlo. È nonno Ferdinand a progettare la fuga oltre frontiera per sè e per la figlia, mentre il calciatore avrebbe fatto lo stesso dall’Ungheria. La prima a scappare è proprio Ana insieme al figlio, seguita dopo poco da Ferdinand Daucik che ripara a Vienna insieme ad altri profughi. Per Laszlo l’impresa è più difficile. Riesce a farsi destinare ai reparti di confine e una sera, in uniforme sovietica, sale su un camion di rifugiati. La fuga riesce e la famiglia Kubala si riunisce in Italia all’inizio del 1949.

La Pro Patria, fiutando un colpo di mercato clamoroso, ha contattato Laszlo, ma la Federcalcio magiara lo sospende a vita e la Fifa, non si sa ancora per quale motivo, ratifica la squalifica. Il giocatore,
però, non si dà per vinto: firma un precontratto con la Pro Patria, si allena a Busto Arsizio ma nulla si muove. Nessun dirigente federale fa qualcosa per ammorbidire la posizione della FIFA, affinché venga permesso al giocatore di svolgere la propria professione. Poco tempo dopo, allo scopo di poter disputare almeno qualche partita amichevole per non perdere il contatto con l’attività agonistica, fonda una squadra, l’Hungaria. Si tratta di una specie di Nazionale dell’Est composta da esuli, tra i quali il portiere Jugoslavo Monsider, che inizia a giocare qualche amichevole in Spagna, dove il generale Francisco Franco non esita ad accogliere chi fugge dai regimi comunisti. Proprio durante le esibizioni di questa fantastica formazione, tutta classe e genio, scoppia l’amore della Spagna calcistica per Laszlo Kubala: Real Madrid e Barcellona se lo contendono. Alla fine sono gli azulgrana ad averla vinta grazie a Pepe Samitier, capace e potente Direttore generale della formazione catalana nel 1950. La Pro Patria s’illuderà ancora di poter ammorbidire la Fifa, ma una squadra italiana non ha certo il peso politico sufficiente, soprattutto se lasciata sola dai propri dirigenti federali. Samitier, comunque riconosce il lavoro svolto dalla società lombarda inviandole un rimborso ed offre al giocatore un passaporto spagnolo ed un contratto d’oro.

Nell’aprile del 1951 Kubala esordisce con la squadra catalana in una partita ufficiale. Il potere di Samitier si misurerà quando, grazie alle sue influenti amicizie, riuscirà a togliere la squalifica al giocatore da parte della Fifa.

Kubala, naturalmente, non dimentica la famiglia e porta con sé il suocero Ferdinand Daucik. L’allenatore cecoslovacco, già tecnico dell’Hungaria, costruirà intorno a Laszlo una squadra di grande spessore
tecnico, creando uno dei cicli più vincenti del club catalano. Nei quattro anni in cui Daucik rimarrà alla guida del Barcellona vince tutti i trofei più importanti, coronati nella stagione ’51-52 dal grande slam: Liga,
Coppa di Spagna (all’epoca chiamata Coppa del Generalissimo), Coppa Latina, Coppa Eva Duarte e Coppa Martini& Rossi.

Fino al 1965 Kubala da spettacolo nel campionato iberico, vestendo la maglia della nazionale e togliendosi la soddisfazione, all’età di quasi 38 anni, di giocare una partita assieme al figlio sedicenne con la maglia dell’Espanol, prima che la leucemia lo porti via troppo prematuramente.

Smessa l’attività agonistica, Kubala allenerà le furie rosse dal 1969 al 1980.

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LASZLO KUBALA: UN'OCCASIONE PERSA!

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