POMODORI SUI “MESSICANI”!

E furono pomodori! Questa è la singolare accoglienza riservata dai tifosi alla nazionale azzurra reduce dall’esaltante secondo posto al mondiale del Messico concluso con la pesante sconfitta in finale subita da una delle formazioni più forti mai viste scendere in campo. Certamente il rammarico è grande, perché, rinunciando completamente a Gianni Rivera, l’uomo che con le sue invenzioni ha acceso la luce del gioco azzurro, è stato come rinunciare a giocare sperando nella provvidenza, sperando che l’imponderabile riservasse un brutto scherzo a Pelè e compagni. Il gol di Boninsegna verso la fine del primo tempo ha illuso tutti e bene avrebbe probabilmente fatto Valcareggi a rischiare il tutto per tutto nella ripresa attuando la staffetta. Ma “del senno del poi ne son piene le fosse” e agli annali passa alla storia questo secondo posto, risultato comunque eccellente. Non per gran parte della critica e per i lanciatori di pomodori evidentemente! Questi hanno accolto gli azzurri come “portatori d’infamia” nei confronti dell’intera nazione!

Se davanti ad una finale persa, la reazione è questa, significa che qualccosa nella mentalità collettiva non funziona: la vittoria costituisce senza dubbio lo scopo primario di qualsiasi competizione ludico-sportiva, di cui l’avversario diventa una componente necessaria. Ed è proprio attorno a questa figura che sono nati tutti i disvalori per cui, centinaia di persone, hanno reagito in questo modo, trovando comunque l’approvazione di altri milioni d’individui!

Una simile reazione avrebbe dovuto far riflettere chi vive e chi si occupa di sport sul fatto che la popolazione dovrebbe essere educata alla competizione, alla cui base c’è un vincitore ed uno sconfitto, ognuno dei quali però, al termine della contesa, conservano intatta la propria dignità. Invece, quanto avvenuto all’areoporto, non fa altro che rafforzare il concetto secondo cui solo “il primo conta e gli altri a casa …” ! E allora? Pomodori agli sconfitti! Meglio se marci!

Quando ci saranno stati i morti negli stadi, le città devastate dalla furia distruttrice di finti tifosi, le risse tra genitori presenti a partite e partitelle dei figli sui campetti di periferia e i miti sgretolati dal doping, si inizierà a realizzare che qualcosa non funziona nella mentalità di una popolazione capace, per la maggior parte, di praticare sport dalla poltrona di casa avendo nel dito indice con cui si schiacciano i tasti del telecomando (dalla fine degli anni settanta non si farà nemmeno più la fatica di fare tre passi per cambiare canale) la parte più sviluppata del corpo. E allora si cercherà di porre rimedio a questa serie di disvalori come? Organizzando ritrovi di ragazzini che giocano disordinatamente: non importa chi vince, non importa dove si fa gol, perché l’importante è stare insieme! E le due componenti principali della competizione? Ancora una volta calpestate!

Fin dalla tenera età, è indispensabile far chiarezza sulle componenti necessarie affinché si realizzi un gioco o una gara sportiva: gli avversari e la vittoria, la quale arriderà solo ad uno (o a una delle parti). Sacrosanto riservare onori e complimenti al vincitore, ma è altresì necessario inculcare nella gente il concetto per il quale lo sconfitto va comunque rispettato, se non altro come componente essenziale per decretare il “primo”.
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