TOMMASO MAESTRELLI

Nascie a Pisa il 10 ottobre del 1922, ma il lavoro del padre impiegato presso le Ferrovie dello Stato lo porta in giro per l’Italia. Nel 1935 la famiglia si trasferisce a Bari dove il ragazzo sostiene un provino con la squadra giovanile locale. Gli basta un tempo per superarlo brillantemente e a sedici anni viene aggregato alla prima squadra.

Nel febbraio del 1939 esordisce in serie A nella partita persa contro il Milan per 3 a 0, ma questo segna il suo ingresso definitivo nel grande calcio. Rimane a Bari fino al 1947 segnalandosi come uno dei giovani più promettendti del panorama nazionale. Viene acquistato dall’Inter che lo gira alla Roma nell’operazione Amadei. Il suo rendimento è sempre alto tanto che Vittorio Pozzo lo porta alle Olimpiadi di Londra nella selezione che deve difendere l’oro vinto a Berlino nel 1936. La sua immagine esce rafforzata a tal punto, nonostante la fallimentare spedizione, che il Torino lo opziona. Anche lui doveva salire su quel maledetto aereo che il 4 maggio del 1949 si schiantava a Superga, ma un disguido lo trattiene a Roma salvandogli la vita. Diventa capitano dei giallo-rossi i quali vivono il momento peggiore della loro storia, culminato con la retrocessione. Sulla soglia dei trent’anni torna in toscana vestendo i colori rossoneri della Lucchese. Anche questa società è al termine di un ciclo glorioso e nel 1952 cade in serie B.

Retrocessione per retrocessione decide di tornarsene a Bari dove trova una situazione drammatica. Varie vicissitudini hanno condotto i galletti alla quarta serie da dove bisogna risollevarsi. Maestrelli è uno dei protagonisti del famoso spareggio contro il Colleferro che dischiude ai baresi le porte della serie C e soprattutto quelle della rinascita.

Intanto inizia anche la carriera di allenatore come vice di Federico Allasio, guadagnando la panchina della prima squadra per dieci gare solo all’inizio degli anni sessanta.

La Reggina lo chiama nel 1964 e in Calabria inizia la sua ascesa. Nel 1965 porta per la prima volta in serie B gli amaranto facendo loro sfiorare addirittura la promozione in serie A nel 1966. Rimane a Reggio fino al 1968, quando il Foggia gli offre l’opportunità di riavvicinarsi a casa. Dopo un anno di assestamento, nel quale mostra comunque grande calcio, sfiorando addirittura la conquista della Coppa Italia nazionale, nel 1970 vince il campionato di serie B riportando i rossoneri nel calcio che conta.

Tatticamente si ispira alla grande Ungheria, ma non rimane ancorato ad un modello, anzi Maestrelli ha la grande capacità di captare le novità provenienti dall’estero. Nel girone d’andata del campionato 1970-71 il Foggia si muove secondo i dettami del calcio totale, – pressing e movimento continuo -, sistema di gioco che l’allenatore è riuscito ad imporre con molta umanità, ben conscio che i giocatori italiani difficilmente avrebbero sopportato i carichi di lavoro che lo schema presuppone. Nel girone di ritorno qualche cosa non funziona più, il tecnico non trova la soluzione e la retrocessione è la logica conseguenza.

Il destino vuole però che assieme al Foggia retroceda la Lazio più volte bastonata dal tecnico toscano. Il presidente Lenzini e Sbardella decidono di puntare su di lui, nonostante le perplessità dell’ambiente. Perché cambiare un
perdente con un altro perdente? Sembra una fesseria, ma il vecchio Lenzini, questa volta, ha imbroccato la giocata della vita. Maestrelli viene accolto con diffidenza, ma ben presto, un po’ per l’età, prossima alla cinquantina, un po’ per i modi gentili e la grande saggezza, i giocatori cominciano
a considerarlo un padre.

Gestire lo spogliatoio della Lazio non si rivela cosa facile, dominato com’è dalle forti personalità di Chinaglia e Wilson, ma lui riesce ampiamente nell’impresa. La medicina del buon Tommaso è semplice:
una serata a casa sua, in famiglia, a cena. Al dessert, anche il giocatore più recalcitrante del mondo, ammansito dalle parole del tecnico e dai manicaretti della moglie, si dichiara disposto a sputare l’anima per quei colori e a dare la vita per soccorrere un compagno in difficoltà. I meriti del grande
Maestrelli, però, non rimangono circoscritti a questi episodi: è il suo calcio innovativo a renderlo grande, grazie a giocatori semisconosciuti che per tre-quattro stagioni si sono scoperti fenomeni sotto la sua saggia guida.
E’ il primo a parlare di gioco totale, quello che negli anni settanta ha fatto la storia del calcio olandese di Michels: tutti attaccanti, tranne il portiere e i due difensori centrali. E per attaccare intende aggredire l’avversario, togliergli spazio, impedirgli di ragionare: è il primo a introdurre i tetrzini-stantuffo,
pronti a volare sulle fasce e poi tornare a coprire. Ovviamente, un gioco del genere getta le basi della zona: nell’anno dello scudetto, il solo Giancarlo Oddi è preposto alla marcatura a uomo sul centravanti avversario.

«Facevamo
pressing senza saperlo»

affermerà qualche anno dopo il capitano Giuseppe Wilson. Oggi questi concetti sembrano scontati, ma in questi anni non sono facili da imporre.

I maestri olandesi sono arrivati a chiedere il permesso di assistere agli allenamenti della Lazio, desiderosi di carpirne i segreti. Tommaso però nega
l’autorizzazione: il suo calcio è già davanti agli occhi di tutti, ogni domenica, trasparente e scintillante come un cristallo di Boemia. E poi, non vuole che si sappia che cura più il contatto con la palla che la preparazione atletica: fondamentali sono considerate le partitelle miste infrasettimanali necessarie per aumentare lo spirito di competizione all’interno del gruppo.

Fino a quando la malattia non gli ha impedito di lavorare come sa, Maestrelli è la guida di una squadra pressoché perfetta nella sua imperfezione, in quanto solo lui è capace di tener assieme personalità tanto diverse, tanto che basterà che lui torni in panchina, malato e stanco, per vedere risollevarsi i colori bianc’azzurri.

La “bianca signora” se lo è portato via in una fredda giornata di dicembre del 1976 a soli 54 anni.

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