LE RIVOLTE CARCERARIE E LA CHIUSURA DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA

Contemporaneamente festeggia anche Eboli: la promessa di portare nella cittadina campana gli impianti della SIR in sostituzione di quelli della Fiat ha fatto togliere i blocchi stradali.

La gente ha ancora negli occhi le immagini di quanto avvenuto ad Eboli quando, il 10 maggio, esattamente due giorni prima del referendum, nel carcere di Alessandria accade quanto si stava temendo fin dal giorno del sequestro del giudice Sossi. La rivolta nell’istituto penitenziario della città piemontese finisce nel sangue. Sette morti (di cui cinque agenti di custodia) e quindici feriti. Il bilancio supera
le più pessimistiche previsioni fatte nel momento in cui sono stati intrapresi alcuni tentativi di trattare con i rivoltosi. Si sa anche (lo rivela il Corriere della Sera del 11 maggio) che “esiste un piano di rivolta generale nei penitenziari italiani più importanti, che dovrebbe essere attuato in concomitanza del referendum,
quando in quei giorni le forze dell’ordine sono occupate nei seggi elettorali”. In effetti un’altra rivolta scoppia nelle carceri di Padova. Chi ci sia dietro queste trame eversive così anomale, e fra l’altro alla vigilia del voto sul referendum nessuno lo sa. Sui giornali ognuno dice la sua,
chi parla di neri e chi parla di rossi e chi accusa i soliti anarchici.

Intanto il giudice SOSSI resta nella “prigione del popolo” a subire il “processo del popolo”.

Con avvenimenti simili la chiusura della campagna referendaria rischia di passare in secondo piano. Il clima è comunque storico. Gli appelli lanciati negli ultimi comizi trasformano l’appuntamento in un evento di portata epocale
per tanti motivi: politici e religiosi. Il voto potrebbe sancire la prosecuzione o il tramonto della cultura cattolica ufficiale che ha dominato l’Italia per quarant’anni.

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