FRANCESCO “CICCIO” GRAZIANI

Nasce a Subiaco (Roma) il 16 dicembre 1952. Inizia la sua carriera professionistica in serie B nelle file dell’Arezzo contribuendo fattivamente alla salvezza della compagine toscana per due anni. Ventunenne viene acquistato dal Torino ed immediatamente, a suon di gol, riesce a guadagnarsi il posto in squadra a spese dell’esperto Gianni Bui. Con Paolino Pulici si intende subito a meraviglia e i due saranno i punti fermi su cui costruire una grande squadra per il futuro. Di graziani colpisce l’abnegazione: non è il classico numero 9 d’area, fermo ad aspettare i palloni, ma lotta, corre e contrasta, diventando spesso il primo difensore della squadra. I suoi detrattori gli imputeranno una scarsa lucidità sotto rete, dovuta alla grande mole di lavoro svolto per la squadra.

Per lui comunque le soddisfazioni personali non mancano: realizza 15 reti nell’anno dello scudetto e l’anno successivo conquista il titolo di capocannoniere realizzando ben 21 centri. A 25 anni diventa titolare inammovibile in nazionale in coppia con Roberto Bettega, costituendo un tandem atipico che trascina gli azzurri alla qualificazione ai mondiali argentini. “Ciccio” Graziani è atteso alla prova della vita, ma un ventiduenne gracile e scaltro gli rovina i piani. Il neo-promosso Lanerossi Vicenza incanta l’Italia giungendo al secondo posto trascinato da ben 24 gol di Paolo Rossi. L’allenatore della nazionale Enzo Bearzot decide di puntare sullo stato di grazia della giovane punta toscana accantonando il ben più famoso “Ciccio”. Graziani è persona seria ed intelligente: capita l’antifona si mette in disparte senza polemiche e assiste alle prodezze dei compagni, il cui quarto posto conquistato non coincide con la bontà del gioco espresso.

L’esplosione del romano Bruno Giordano sembra chiudergli definitivamente le porte della nazionale anche perché lui, effettivamente, acusa una flessione di rendimento.

Tuttavia un grave episodio sconvolge il calcio italiano: il 23 marzo del 1980 alcuni calciatori, accusati di “scommesse clandestine” vengono arrestati al termine delle partite nelle quali sono impegnati. Tra loro ci sono anche i due talenti migliori del momento: Paolo Rossi e Bruno Giordano. Alla vigilia dei campionati europei,
tra l’altro ospitati proprio dal nostro Paese, questo è un colpo letale. Bearzot non si perde d’animo e affida nuovamente la maglia di titolare a Francesco Graziani non fidandosi degli emergenti Alessandro Altobelli e Roberto Pruzzo.

È una nazionale che fatica a far gioco, i gol arrivano col contagocce, ma la punta laziale riesce ad iscrivere il proprio nome tra i marcatori del torneo realizzando la rete che, nella finale per il terzo posto contro la Cecoslovacchia, garantisce agli azzurri di accedere ai tempi supplementari, prima di una delle più lunghe sequenze di calci di rigore della storia del calcio, che ci ha visti soccombere per 10 a 9.

L’anno successivo chiude l’ultima stagione granata con 12 reti. Per il Torino doveva essere un campionato di vertice ed efettivamente al termine del girone d’andata i granata occupano un buon quinto posto a tre punti dalla vetta, ma l’andamento sconcertante nel girone di ritorno conduce il Torino sulle soglie della zona retrocessione.

La società decide che è giunto il momento di voltare pagina chiudendo con il gruppo che ha vinto l’ultimo scudetto. L’ambiziosa Fiorentina vuole mettere a disposizione della stella Giancarlo Antognoni un gruppo in grado di lottare per i massimi traguardi e pensa bene di rivolgersi ad Orfeo Pianelli. Nell’estate del 1981, assieme al compagno di squadra Eraldo Pecci, Graziani torna in Toscana. In viola va a fare coppia in attacco con Daniel Bertoni e i due, imbeccati dal tandem di mezz’ali formato da Pecci ed Antognoni, si intendono a meraviglia. Nonostante il grave infortunio alla testa subito da Antognoni nella gara
contro il Genoa, gli uomini allenati da “Picchio” De Sisti, contendono lo scudetto alla Juventus fino all’ultima giornata, perdendolo nella drammatica trasferta di Cagliari, quando Graziani e compagni non riescono a sgominare il muro sardo, mentre la Juventus vinceva a Catanzaro per 1 a 0 grazie ad un discusso calcio di rigore trasformato dall’irlandese William Brady.

La delusione patita in campionato passa immediatamente in secondo piano: Graziani è uno dei 22 convocati per la Spagna e, a causa del gravissimo infortunio alla gamba che ha messo fuori squadra Roberto Bettega, è destinato a partire titolare. Diventa anche il salvatore della patria realizzando contro il Cameroun quella che si rivelerà la rete decisiva per superare il primo turno. Il resto è storia arci-conosciuta: dopo le pesantissime polemiche innescate dal cattivo rendimento della squadra, gli azzurri fanno quadrato barricandosi nel primo clamoroso silenzio stampa della storia del calcio e, in successione, annientano Argentina, Brasile, Polonia e in finale Germania Ovest laureandosi campioni del Mondo. A trent’anni “Ciccio” raggiunge il massimo traguardo per un calciatore!

L’anno successivo non riesce a ripetersi ai suoi livelli, probabilmente capisce di essere di troppo alla Fiorentina ed accetta il passaggio alla Roma, compagine a caccia di uomini d’esperienza internazionale per essere competitiva al meglio anche in Coppa dei Campioni.

Nel frattempo in una brutta partita disputata a Goetheborg e persa per 2 a 0 contro la Svezia, si chiude l’esperienza azzurra di Graziani.

Per certi aspetti, la prima stagione in giallo-rosso, sotto la guida di Niels Liedholm è esaltante: la squadra contende fino all’ultimo lo scudetto alla Juventus, vince la Coppa Italia in una doppia finale col Verona, ma manca il traguardo più importante perdendo la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool ai rigori e davanti al pubblico amico. Per Graziani c’è anche l’amarezza di aver fallito uno dei cinque tiri dal dischetto, sequenza passata alla storia per il “gran rifiuto” del “divino” Falçao di sfidare il portiere degli inglesi Grobelar.

Liedholm lascia la Roma sostituito da Erikson. Il nuovo tecnico svedese fatica ad imporre il suo calcio ad un gruppo dilaniato dalle polemiche e il 1984-85 è un anno triste per la Roma e per Graziani che sembra avviato malinconicamente sul viale del tramonto calcistico. L’anno dopo, però, la società svecchia i ranghi; partono alcuni presunti campioni e Graziani, inaspettatamente, ritrova il posto in squadra. Assieme al compagno di reparto Roberto Pruzzo compone un tandem di vecchietti terribili, che trascinano i capitolini ad una rimonta incredibile: in 13 giornate recuperano ben 8 punti di svantaggio sulla capolista Juventus. Ad aggancio avvenuto il vento sembrava girasse a favore della Roma, ma in una triste domenica di aprile si compie l’incredibile: nella Capitale arriva il già retrocesso Lecce, vittima sacrificale predestinata sull’altare della festa romanista. Invece il “Dio Pallone” decide di vivere una festa tutta sua e regala il più sconcertante dei verdetti: i pugliesi escono dall’Olimpico vittoriosi per 3 a 2, mentre la Juventus regola il Milan per 1 a 0. D’incanto il sogno svanisce e quello conquistato in maglia granata a soli 24 anni rimarrà l’unico scudetto per “Ciccio” Graziani.

La rosa romanista subisce ancora cambiamenti: arrivano i promettenti Paolo Baldieri, prodotto del vivaio andato a farsi le ossa in provincia e Massimo Agostini. Graziani capisce di essere nuovamente chiuso da tanta gioventù e preferisce andare a tentare di salvare l’Udinese, penalizzato di nove punti, assieme all’ex compagno di nazionale Fulvio Collovati. L’impresa non gli riesce, ma lui chiude la carriera tra gli applausi.

Appese le scarpe al chiodo Graziani diventa un bravo commentatore sportivo non che un tecnico che, nonostante non abbia ottenuto grandi risultati, ha il merito di cercare di insegnare calcio.

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