LA FINE POLITICA DI ALDO MORO E DEL SOGNO DI NICKY LAUDA DI RICONFERMARSI CAMPIONE DEL MONDO

Mentre i tifosi della “rossa” attendono il verdetto che arriverà dal Giappone, i milioni di calciofili si preparano ad assistere all’esordio della nazionale nel girone di qualificazione per il mondiale di Argentina. Tra i convocati torna Giacinto Facchetti.

In settimana Hua Kuo-Feng diventa il nuovo presidente della Repubblica popolare cinese.

È tuttavia l’intera politica italiana a vivere giorni decisivi. Il 14 ottobre inizia l’operazione che dovrebbe relegare Aldo Moro al ruolo di semplice comparsa all’interno della DC, sebbene lo statista pugliese sia stato uno dei grandi artefici del governo Andreotti, il cui successo arriva dall’appoggio esterno dei Comunisti.

Nel suo discorso al consiglio Moro mostra tutta la sua amarezza affermando che la soluzione uscita dalla direzione non è quella da lui auspicata. E’ dunque pessimista e in alcune conclusioni afferma che: l’avvenire non è più nelle
mani della Democrazia Cristiana, che vede caduta la barriera psicologica e morale anticomunista specialmente fra i giovani e che è venuto meno il concetto di diversità al PCI.

Al consiglio molti democristiani mostrano poca simpatia per questi discorsi da cassandra. A non gradire sono in particolare i componenti della nuova direzione, soprattutto quelli dell’ala destra vicina alla Chiesa, da mesi angosciata dal nuovo corso della politica. Bisogna quindi renderlo innocuo, per non ricevere interferenze. La soluzione
é quella di nominarlo presidente, affidandogli proprio la carica da lui inventata per isolare e mettere nell’angolo qualche avversario interno scomodo. Si tratta di una carica senza alcun valore politico, intenzionalmente un omaggio onorifico alla carriera di un vecchio leader e non una punizione o una
esautorazione. Pertanto sarebbe opportuna una votazione all’unanimità. Proprio in questa circostanza, invece, Moro riceve brutalmente l’ultimo “schiaffo”. Al voto pur vincente, i presenti sono pochi e le schede bianche sono
moltissime. Compreso chiaramente il segnale politico, Moro rifiuta sdegnato la carica, creando grande imbarazzo all’interno del maggiore partito italiano.

Nel giorno in cui la nazionale di calcio scende in campo in Lussemburgo, gara tanto facile quanto insidiosa per un movimento abile nel fallire gli incontri facili, dagli Stati Uniti giunge la notizia della morte a 74 anni di Carlo Gambino, l’uomo considerato il boss di tutti i boss di Cosa Nostra. Anche a lui Mario Puzo si è ispirato per la figura de
Il padrino.

In Lussemburgo, intanto, rientra in squadra Giacinto Facchetti a fianco del quale, al centro della difesa, esordisce Roberto Mozzini.
340: Lussemburgo (Stade Municipal de Luxembourg) – sabato 16 ottobre 1976 – ore 14,30

LUSSEMBURGO – ITALIA 1-4 (C.M.Q.: gir. 2, 1a gara)

RETI: 24′ Graziani, 44′ Bettega, 50′ Antognoni, 81′ Bettega, 86′ Braun (LU)

LUSSEMBURGO: Zender, Schaul, Da Grava, Margue, Mond, Pilot, Krecke, Orioli (64′ Langers), Braun, Dresch, Dussier. C.T.: G. Legrand.

A disposizione: Ressel, Turoi, Hansen, Philipp.

ITALIA: Zoff (Juventus) 53, Tardelli (Juventus) 7, Rocca (Roma) 18, P. Sala (Torino) 2, Mozzini (Torino) 1, Facchetti (Inter) 89 (cap.), Causio (Juventus) 24, F. Capello (Milan) 30, Graziani (Torino) 12, Antognoni (Fiorentina) 17, Bettega (Juventus) 7. C.T.: F. Bernardini; all.: E. Bearzot.

A disposizione: Castellini (Torino), Maldera III (Milan), Benetti (Juventus), Zaccarelli (Torino), Savoldi I (Napoli).

ARBITRO: Dörflinger (Svizzera).

SPETTATORI: 9.000.
Nel piccolo stadio del Principato di Lussemburgo l’Italia tiene alta la concentrazione conquistando una larga vittoria, estremamente utile in caso di arrivo a pari merito con la temibilissima Inghilterra. Continua il momento magico della coppia Graziani-Bettega, autori di ben sei reti nelle ultime due gare disputate assieme in azzurro.

Tutto è pronto per il ritorno delle coppe europee, soprattutto per il big match che il Torino deve affrontare contro il Borussia Moenchengladbach. I granata affrontano l’andata casalinga privi di Pecci a causa della frattura del perone. Per rinfoltire la rosa la società avrebbe acquistato il giovane Fernando Viola, mezz’ala ex di Juventus eCagliari ora in forza alla Lazio, ma Radice ha preferito puntare sul giovane Cesare Butti in attesa del rientro del forte centrocampista bolognese.

Contro i tedeschi il tecnico lombardo schiera una formazione coperta rinunciando a Pulici e lasciando il compito di offendere al solo “Ciccio” Graziani supportato dalle invenzioni di Claudio Sala.

C’è attesa anche per il difficile match che la Juventus deve sostenere contro il Manchester United, società per altro in flessione dopo i fasti del decennio precedente. D’altra parte fuoriclasse del calibro di Bobby Charlton e George Best non sono facilmente rimpiazzabili.
COPPE EUROPEE: mercoledì 20 ottobre 1976
COPPA DEI CAMPIONI – ANDATA 8i DI FINALE

Torino – Borussia Mönchengladbach 1-2

COPPA DELLE COPPE – ANDATA 8i DI FINALE

Apoel Nicosia – Napoli 1-1

COPPA UEFA – ANDATA 16i DI FINALE

Academik Sofia – Milan 4-3

Manchester United – Juventus 1-0

Tranne il Napoli, reduce per altro da un pareggio esterno sul campo di una modestissima squadra cipriota,
le formazioni italiane escono tutte sconfitte da questo turno di coppe europee. La Juventus torna da Manchester con un punteggio recuperabile, a patto di non commettere errori in difesa, così come il Milan, bravo comunque a rimettere in piedi una situazione che ad un certo punto sembrava compromessa. Le tre reti segnate in trasferta lasciano ottimista l’ambiente rosso-nero. Appare invece compromessa la situazione del Torino uscito con le ossa rotte dallo scontro col Borussia. Già dopo venti minuti i piani di Radice vanno a catafascio: Claudio Sala deve abbandonare il campo, sostituito da Pulici, lasciando il reparto nevralgico della squadra completamente privo d’inventiva. Sovrastato nel gioco il Torino si trova a soccombere ai tedeschi che, forti anche di un’esperienza internazionale consolidata,
non si impressionano davanti al forcing confuso degli italiani e espugnano il Comunale (2-1) grazie alle reti di capitan Vogts e Klinkammer.

A fine settimana arriva il momento della verità per la Formula 1. Nicky Lauda è ancora in testa al mondiale ma
James Hunt, bravo ad approfittare dei guai fisici dell’austriaco, lo tallona a soli tre punti. La
Scuderia Ferrari si è già, invece, aggiudicata il mondiale costruttori. Per la prima volta si corre in Asia, nella pittoresca cornice del circuito posto ai piedi della montagna più alta dell’arcipelago giapponese. La gara non viene definita ufficialmente Gran Premio del Giappone ma Campionato del mondo di Formula 1 in Giappone
perché, con tale nome, è già stato chiamato un appuntamento della Formula 2000 nipponica di quell’anno.

Un’interessante nota locale è data da un piccolo gruppo di piloti, tutti esordienti: Masami Kuwashima, Noritake Takahara, Kazuyoshi Hoshino e Masahiro Hasemi, non che da due costruttori: la rientrante Maki, la quale per l’ultima volta tenta di qualificarsi e la Kojima al debutto mondiale. Al circus della Formula 1 si affaccia per la prima volta anche un gommista che segnerà la storia di questo sport in anni più recenti: la
Bridgestone. Il monogomma Goodyear, che finora ha caratterizzato il mondiale, sarà rotto anche dalla
Dunlop, fornitore delle coperture alla Kojima.

Una storia curiosa coinvolge Masami Kuwashima: iscritto inizialmente dal team RAM con una
Brabham privata, si troverà appiedato per i guai giudiziari che attanagliano il team. Trova però un ingaggio sulla
Wolf-Williams, ma gli scarsi risultati nelle prove del venerdì e il mancato palesarsi degli sponsor che avrebbero dovuto sostenerlo, consigliano alla scuderia britannica di ripiegare su Hans Binder.

In pole non c’è il solito Hunt ma Mario Andretti, assente da 8 anni all’appuntamento con una partenza al palo (Gran Premio degli Stati Uniti 1968). L’inglese è comunque secondo, tallonato da Lauda. Completa la seconda fila Watson seguito da Jody Scheckter e Carlos Pace in terza, Clay Regazzoni e Vittorio Brambilla
in quarta. Bravo Hasemi che chiude le prove decimo, il migliore dei nipponici.

Tony Trimmer sulla Maki è l’unico dei non qualificati. Per la Maki si conclude l’avventura nel mondiale, è l’unico costruttore a non essersi mai qualificato per un gran premio nell’arco di un’intera stagione.

Il caso però vuole rimescolare ancora un po’ le carte di questo intricato mondiale. La domenica piove a dirotto, la visibilità è scarsa e l’aderenza è un’utopia. I piloti non vorrebbero correre in queste condizioni ma Ecclestone, che ha un costoso satellite da pagare, li convince a posticipare di due ore la partenza dell’atteso gp nella speranza che il meteo dia una mano. Si decide di far disputare la gara sulla metà dei giri inizialmente previsti, almeno che le condizioni
del tempo non migliorino strada facendo.

James Hunt parte in testa seguito da John Watson, Mario Andretti, Jody Scheckter, Vittorio Brambilla
e Clay Regazzoni. Kazuyoshi Hoshino, su una Tyrrell del team locale Heroes Racing monta gomme Bridgestone è 8° davanti a Lauda, solo decimo. Al secondo giro l’austriaco rientra ai box e si ritira. Le condizioni per il
pilota sono troppo pericolose per gareggiare. Mauro Forghieri gli proporrà di dare la colpa ad un problema elettrico, ma lui preferirà prendersi la responsabilità del ritiro che forse potrebbe causare la perdita del mondiale. A Hunt ora basta arrivare quarto, sempre che la gara non venga fermata
troppo presto attribuendo così solo la metà dei punti previsti. Avrebbe gli stessi punti di Lauda ma vincerebbe per il maggiore di successi, 6 per l’inglese e 5 per Lauda.

Anche Emerson Fittipaldi, Carlos Pace e Larry Perkins abbandonano volontariamente per le condizioni meteo realmente difficili.

Due sono i protagonisti di questo primo spezzone di gara: Vittorio Brambilla che dimostra una volta ancora come la guida sul bagnato sia la sua specialità. È già secondo al terzo giro dopo aver superato Scheckter e Andretti. Poi
deve fermarsi per una foratura e riparte ottavo. L’altro è Hoshino salito fino al terzo posto superando Scheckter al giro 10.

Brambilla però non ci sta e continua a dare lezioni di guida agli avversari: supera Mass, Depailler e Regazzoni poi Scheckter e Hoshino e al 14esimo giro è di nuovo terzo. Successivamente supera Mario Andretti
e attacca anche James Hunt. Lo passa al tornantino ma poi va in testacoda. Jochen Mass e Patrick Depailler rinvengono e superano prima Andretti e poi Brambilla.

Intanto smette di piovere e viene deciso di terminare i 73 giri previsti. La bella favola di Hoshino termina al giro 27. Purtroppo non ha un treno di gomme di scorta quando le sue Bridgestone, fino a quel momento ottime, vanno in crisi.

Watson rompe il motore della sua Penske, Mass esce di pista mentre Pryce,s’installa al terzo posto dopo aver passato in pochissimi giri lo stesso Watson, Andretti e Brambilla, sale al 3° posto. Brambilla e Pryce si fermano poco dopo per guai tecnici.

Il gran premio sembra oramai deciso, così come il mondiale. Guida Hunt, davanti a Depailler, terzo Andretti, poi Mass, Alan Jones con la Surtees e Nilsson. Per i ferraristi la speranza torna quando Hunt, in crisi con le coperture, decide di rallentare, venendo superato da Depailler e Andretti, in fondo gli è sufficiente il quarto posto per guadagnare
il titolo 1976. Depailler fora, passa in testa Andretti. Colpo di scena: anche Hunt fora ed è costretto ad un cambio gomme a soli 4 giri dal termine. La dea bendata, che sembrava essersi dimenticata di
Niki Lauda sembra ora volersi prendere gioco del pilota della McLaren. Quando Hunt riparte è solo quinto ora, ma nel corso dei palpitanti ultimi giri l’inglese supera prima Jones e poi Regazzoni. Ci saranno polemiche per la scarsa grinta messa dal ticinese nel bloccare Hunt, ma c’è da considerare che Regazzoni era rimasto
senza informazioni e che l’esperimento del collegamento radio coi box, effettuato a Fiorano qualche settimana prima, non è stato poi portato in gara.

Mario Andretti vince la corsa, 5 anni dopo l’affermazione di Kyalami nel
1971, mentre la Lotus è di nuovo sul primo gradino del podio dopo 2 anni e ben 31 gran premi. Il giro più veloce viene attribuito a Masahiro Hasemi sulla vettura giapponese Kojima. La cosa è decisamente controversa in quanto nel giro nel quale il nipponico avrebbe fatto il giro più rapido è stato superato da tre vetture. Ufficiosamente
il gpv sembra sia stato fatto segnare da Jacques Laffite
su Ligier.

Hunt è terzo e campione del mondo. Quando scende dalla vettura però non se ne rende conto e comincia ad inveire contro la sua scuderia che non l’ha richiamato prima per cambiare i pneumatici. Poi
Teddy Mayer alza tre dita al cielo, per indicargli la posizione raggiunta, e anche Hunt festeggia.

Per gli appassionati italiani resta l’amarezza di un mondiale dominato e buttato. Come già accennato, sul banco degli imputati sale Clay Regazzoni, reo di non aver ostacolato, al limite anche con mezzi illeciti, James Hunt, azione che avrebbe consentito a Lauda di mantenere il numero 1 sulla vettura dell’anno successivo.

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