L’ULTIMA TRAGICA BEFFA DI LUCIANO RE CECCONI

Il giorno successivo l’attenzione generale corre immediatamente negli Stati Uniti, concentrandosi su cose ben più serie rispetto ad un gol realizzato o ad un rigore negato. Gary Gilmore, giovane condannato per assassinio, viene giustiziato da un plotone di esecuzione nello stato dello Utah, ponendo fine ad una moratoria di dieci anni sulla pena di morte negli USA. Questa è la risposta alla violenza sempre più crescente che stà colpendo la ricca nazione nord americana.

Pure l’Italia, in questi giorni, è chiamata a fare i conti con i

delitti del presente e del passato. Il 18 gennaio a Catanzaro prende il via il processo

per la strage di piazza Fontana. Sul banco degli imputati salgono alcuni esponenti

dell’estrema destra. Tuttavia, l’avvenimento, per quanto atteso, passa immediatamente a

causa di una tragedia che coinvolge il mondo del calcio in prima persona, ma che per la

dinamica squote le coscienze anche di chi non ne segue le vicende.

Questo è quello che Giorgio Fraticcioli, di professione profumiere, deve

aver detto allegramente e in modo divertito all’amico Luciano Re Cecconi, anima della

Lazio campione d’Italia nel 1974. Assieme al grande campione affermato c’è anche il

giovane Pietro Ghedin, emergente terzino sinistro sul quale la società punta per tornare

grande. Soprannominato “il tedesco” per la sua capigliatura bionda, vera forza della

natura, Re Cecconi è un anarchico guascone a cui il calcio ha dato molto, senza che lui

abbia mai perso quello spirito strafottente, tipico di chi nella vita si è preso una

rivincita e ora si sente in diritto di poter usare quanto ottenuto per divertirsi alle

spalle di un mondo e di una società pienamente immerse nella cappa lugubre,quasi funerea

di quelli che, inconsapevolmente, stanno passando alla storia come gli anni di
piombo.

Da anni, ormai, l’Italia è lacerata ed assiste attonita e sgomenta ad una ondata di

violenza senza precedenti seconda solamente a quella riscontrata all’indomani della fine

della seconda guerra mondiale. Nelle grandi città il clima è plumbeo,metaforicamente

parlando. La gente ha paura di uscire tardi la sera,i notiziari dei Gr e dei Tg sono una

triste sequenza di morti ammazzati,tra le forze dell’ordine come tra i terroristi, tra i

magistrati come tra i giornalisti. Alla paura delle p38 dei killer del terrore, tra i

commercianti si assomma anche quella degli espropri e delle rapine.

In questa condizione psicologica si trova anche Bruno Tabocchini. Il gioielliere ha già

subito delle rapine che lo hanno costretto a vivere in una condizione di allerta

continua,coi nervi tesi allo spasimo e il terrore come compagno giornaliero. Pertanto

quando alla fine di un’altra giornata di lavoro si è visto piombare quell’uomo col bavero

del cappotto alzato sulla faccia e con la pistola in mano, Tabocchini non ci ha pensato

due volte ed ha sparato lasciando a terra l’uomo che malvivente non era.

Immediatamente lo sconcerto è tanto: Re Cecconi muore a trent’anni non ancora compiuti,

lasciando una moglie ed un bambino ancora in fasce. Con lui se ne va anche quella che

veniva chiamata la “squadra con la pistola,” nel senso che muore quello spirito che ha

fatto di un gruppo di anarchici un complesso vincente.

Naturalmente passato lo sconcerto iniziale, i soliti ben pensanti si lasciano andare a

considerazioni di maniera che poco hanno a che vedere con la “carità cristiana” di cui un

Paese legato a doppio filo con la Chiesa Cattolica dovrebbe essere ricco! Nei giorni

successivi su alcuni giornali, compaiono espressioni irriguardose come:

accrescendo la nomea del calciatore ricco e

stupido.

In realtà Re Cecconi è morto per vari motivi: a causa del clima sociale già descritto, per

aver scelto la persona sbagliata e il momento sbagliato ( era tarda sera) e per
aver voluto burlare il prossimo ancora una volta .

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