Ruben Buriani: Questo Milan ha un “Tigre” nel motore

MILANO – E’ tanto saggio che dovrebbe avere, sulle spalle poderose, almeno dieci anni più dei ventidue che ha e che dimostra solo quando ti afferma che
sì, la vita è proprio meravigliosa. E che vale proprio la pena di trascorrerla bene.
Te lo afferma, serio e compito, quasi commosso, allorché si parla dell’aborto: non quando gli chiedi del derby della Madonnina, il suo primo derby, che ha

caratterizzato con invenzioni tanto favolose da ricordare, lui emiliano trapiantato in Lombardia, le prove a tutto campo dei Di Stefano e dei Cruijff
(si fa per dire).

Ma tutto ha una logica: pure l’esistenza di Ruben Buriani le cui convinzioni hanno substrato tanto maligno quanto reale. Quattordicesimo di quattordici fratelli, ha

capito subito, da impubere giovincello, cosa significa patire la fame, cosa vuol dire sacrificarsi. Per sé e per gli altri. Glielo hanno insegnato
l’esperienza quotidiana e il comportamento dei genitori e dei fratelli: ai quali è legato con rapporto quasi ombelicale. E’ contento del suo presente nella misura in

cui — dice — lo sono i «vecchi» a casa.
È inevitabile, quindi, che non sia favorevole all’aborto:

Del divorzio pensa, invece, che sia cosa utile:

Non si interessa di politica: però — né poteva essere altrimenti — ha alto senso sociale: sono le sperequazioni,
in particolare, che lo tormentano.

Rispetto ai suoi coetanei (e ai non coetanei) è coerente fino in fondo: non solo a parole. Lo stipendio, per la quasi totalità, lo dirotta a casa

le giornate invece che in un lussuoso appartamento, le trascorre in un modesto monolocale dove in pochi metri

quadrati, un impietoso architetto dei giorni nostri ha sistemato tutto quanto può servire. Si trova bene da solo e in compagnia:

gli viene
spontaneo confermare —

E’ FIDANZATO con Raffaella, dolce e matura diciottenne di Monza, che gli cura pure le pubbliche relazioni. Anche perché Ruben non ha telefono e per rintracciarlo
tocca chiamare la casa della sua futura compagna. Si sposeranno fra uno o due anni: ed è, questo, un segno di equilibrio, tenuto conto che Ruben e Raffaella
si conoscono dal 73, quando la giovane speranza Buriani iniziò con Magni allenatore, la sua «escalation» ai vertici nazionali. La «fama» non gli dispiace:
cerca, anzi, di assaporarla; significa che s’è comportato bene, addirittura benissimo, come in occasione del 180. derby della Madonnina.

Deve molto a Giorgio Vitali, il direttore sportivo del Napoli: fu lui difatti a volerlo al Monza (si era nel 72) nell’ambito di una operazione che la società
lombarda concluse con la Spal di Mazza. Nativo di Quartiere, che è un comune in provincia di Ferrara, era logico che iniziasse a giocare al pallone con la maglietta

della Spal che allora (maestro Massei) era financo capace di tirare lo sgambetto agli squadroni metropolitani. A tredici anni e mezzo ebbe
origine la storia di Buriani-calciatore: dopo la consueta trafila nelle formazioni giovanili della compagine bianco-azzurra, Ruben si immerse nelle nebbie
della Padania superiore.

— ricorda —

— Poi all’improvviso, cambiarono molte cose…

— Non ti mancarono le soddisfazioni…

— Che a te è giunta ugualmente!

È molto differente il mondo della serie A da quello della B?

— E l’ambiente?

— Con i compagni di squadra esiste particolare amicizia?

BENCHÉ’ ABBIA in custodia la maglia numero sette, Buriani è centrocampista puro; corre per due, «come un matto», hanno detto malignamente i tifosi di fede
interista l’altra domenica, ma non è vero affatto. E’ anzi, Ruben, uno dei pochi calciatori italiani che sa muoversi senza palla: molto bene, può aggiungersi.
Anche se stilisticamente non è un portento, è giocatore valido in assoluto: a parte la vitalità, infatti, ha innato il senso della posizione: una dote che, se non ce

l’hai, nessuno te la può inculcare.
Eppoi è ambidestro benché calci meglio con il piede destrorso; possiede tiro potente e preciso; sa cos’è il collettivo di cui interpreta alla perfezione un ruolo

importante: al contempo, infatti, è portatore d’acqua e campione. Sintesi importante, quasi matematica, del suo nascere e del suo divenire. Nella
vita come nello sport. Di certo, alla Scala del calcio italiano, non stona affatto. In occasione del derby, di cui s’è rivelato il protagonista principe,
ha steccato solo un cross: in apertura, poi non ha sbagliato nulla: le cose facili e quelle meno facili. Con classe e testardaggine. Ha detto e scritto
Brera che il Milan rimarrà in vetta fino a che reggeranno i Bigon, i Morini, i Buriani. I corridori del centrocampo rossonero, le stampelle dei Capello
e dei Rivera: che, del campo, occupano zone strategiche ma poco vaste.
Ebbene, Buriani, che non è «solo» corridore, risponde che non è proprio il caso di allarmarsi. Lui è abituato alla serie B, alle trentotto giornate consecutive
(ci si ferma solo a Natale), alla concentrazione più assoluta. In A si gioca meno: ci sono soste più numerose: si può tirare il fiato. Correre per trenta
partite, insomma, magari sbagliando qualcosa, non lo spaventa proprio. Quanto agli altri, non sa: anche se, in cuor suo, spera che reggano: per portare
il Milan dove non può essere raggiunto da alcuno. La soddisfazione della «stella», in definitiva. Ci spera, nello scudetto, così come spera nella maglia
azzurra: ma con pudore, quasi temesse di aver allungato troppo la gamba, di aver osato nella misura di Ulisse, che patì — poi — il suo ardire e la sua
ansia di andare sempre avanti nella conoscenza.

— dice Buriani —,

— Dicono che sei maturo per andare in Argentina…

A poco più di ventidue anni ha vissuto, Buriani, una giornata indimenticabile, una stracittadina da cornice; tre i momenti magici: il gol che ha realizzato subito, al

4’30” di gioco; il salvataggio su Anastasi che stava accarezzando l’idea del pareggio; la rete della sicurezza che ha permesso a paron Rocco
di rimanere in panchina e di non temere più le scariche di adrenalina.

— Ti sei reso conto della tua superba prestazione…

— E poi?

— Resta da chiederti perché ti hanno chiamato Ruben…

Ci salutiamo così, nel suo monolocale, pensando che un fuoriclasse deve essere diverso anche nel nome. Casualità o destino?

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