L’ASSASSINIO DI MINO PECORELLI: “L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO”

Alle ore 20,45, in via Orazio a Roma, quattro colpi col silenziatore mettono definitivamente a tacere il più scomodo giornalista d’Italia. “L’uomo che sapeva troppo”. Muore cosìMino Pecorelli: Direttore di OP (Osservatorio Politico), prima semplice agenzia quotidiana trasformatasi in settimanale politico dal marzo ’78, proprio nel mese della strage di via Fani.

Come spiegherà tempo dopo la sorella di Pecorelli:

Effettivamente i suoi titoli su OP sono stati autentici macigni lanciati addosso ai protagonisti della politica e della finanza. Notizie riservate, scottanti, evidentemente provenienti dai servizi segreti, che capaci di far tremare tutti i potenti. Con queste notizie OP diventa una rivista “specializzata” nei colpi a sensazione sull’ambiente politico e sull’apparato statale.

Ma questo Pecorelli che le scrive dove vuole arrivare? Cosa sa? E perchè sa? E perchè fa paura e inquieta?

MINO PECORELLI

classe 1927, volontario a 17 anni nella guerra di liberazione ed insignito della più alta decorazione dal generale Anders, è stato un avvocato civilista specializzato in diritto fallimentare, professione da lui abbandonata nel '68 per dedicarsi con i...
Effettivamente, quando Miceli viene arrestato con l’accusa di essere un Golpista, Pecorelli su Op, scrive:

Non è un caso che, arrestato Miceli, contro l’avvocato napoletano inizia un’autentica persecuzione; lo pedinano, lo minacciano, un giorno gli distruggono la macchina, un altro è accusato di falso in bilancio e di bancarotta; gli
ritirano il passaporto; poi per i continui reati di diffamazione è denunciato all’ordine dei giornalisti. Tenta lui, o qualcuno lo invita, a fare una trattativa per stare zitto con i Leone. Questa non va in porto perchè -dicono i maligni- Pecorelli avrebbe chiesto un miliardo mentre gli interessati avrebbero offerto meno di cinquanta milioni. Secondo la Corte d’Assise di Perugia, però, Pecorelli, spinto dalla curiosità, avrebbe quasi sempre pubblicato tutto, senza ricevere mai denaro. Al momento della morte il giornalista risulta titolare di modesti conto correnti e possiede solo l’abitazione in via della Camilluccia.

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