SAVERIO GARONZI

nasce a Verona nel 1910. Come tanti ragazzi della sua età ha conosciuto fame e miseria, ma fin da ragazzo in lui c’è l’anima del commerciante. La sua scalata parte dal basso: con un carretto raccoglie ferri vecchi e li rivende, tanto che nella sua città verrà chiamato anche “El caretiér”. Di li riesce a costruire la prima officina dove commercia le prime automobili fino a diventare un rivenditore FIAT.

Raggiunta la solidità economica, alla fine degli anni sessanta entra in un mondo di cui è sempre stato appassionato: quello del “balon”.

Da quel giorno del 1967 per il Verona nulla è più come prima. Sotto la geniale guida di questo splendido condottiero i giallo-blu entrano a far parte della storia del calcio italiano. Cambia pure il destino dello stesso Garonzi che da questo momento diventa uno dei personaggi più amati e discussi, protagonista quasi sempre “sopra le righe”
di innumerevoli episodi e colpi di scena: promozioni, successi ma anche rapimenti, retrocessioni a tavolino, squalifiche a vita, fino all’ultimo tragico avvenimento che se lo porterà via nel 1986 dopo essere caduto dal tetto di un capannone nell’atto di controllare con alcuni operai il procedere dei lavori in corso.
Questo perché Garonzi, nella sua vita, è sempre stato abituato a mettere la faccia in prima persona nelle cose che lo riguardano, non disdegnando mai le azioni più umili, nemmeno quando è diventato ricco e famoso.

Tra i colpi di scena che hanno contraddistinto la sua vita non può non essere ricordato l’episodio del suo rapimento, che ha sconvolto e tenuto in ansia l’intera città. Alle 19,20 del 29 gennaio 1975, mentre sta rientrando nel suo appartamento dopo una giornata spesa tra l’antistadio e gli uffici della sua concessionaria, due malviventi mascherati riescono a sequestrarlo e, dopo averlo caricato in auto non senza incontrare resistenza, scompaiono dalla vista
dei pochi testimoni presenti dirigendosi verso Milano. L’incubo per Garonzi finisce nove giorni dopo, la mattina del 7 febbraio, quando viene rilasciato dai sequestratori nel bergamasco, in seguito al pagamento del riscatto di un miliardo e mezzo ad opera del nipote Brunetto. Memorabile il suo commento quando
si è presentato, stanco e con il volto tumefatto, per la prima volta in pubblico dopo la drammatica esperienza:

Garonzi è stato un presidente “vecchio stile”, sanguigno ed autoritario. Per intendersi, ha fatto parte di quella folta schiera di presidenti, gli Anconetani, i Rozzi, che, partendo dal nulla, sono riusciti a fare le fortune di piccole squadre provinciali, animati più dalla passione che non dalla moneta sonante. Questo è stato possibile perché, come gli altri due, fondamentalmente Garonzi è stato un vincente, un uomo in grado di raggiungere il successo grazie ad uno spiccato senso pratico ma anche grazie alla capacità organizzativa e alla lungimiranza.

I meriti di Garonzi sono innumerevoli. Innanzitutto è riuscito a dare una organizzazione seria e professionale alla società dell’Hellas, dotandola di impianti sportivi all’avanguardia (Veronello, centro sportivo oggi intitolato a suo nome) e a valorizzare un settore giovanile fino ad allora mai sfruttato. Inoltre ha portato a Verona ottimi giocatori (Zigoni su tutti) che hanno garantito ai tifosi una stabile permanenza in serie A ed un paio di acuti di primissimo rilievo
come lo scudetto scippato al Milan nel 1973 e la finale di Coppa Italia raggiunta nel 1976.

Oltre che con i risultati, Garonzi ha conquistato i tifosi anche con le sue splendide battute, rigorosamente in dialetto. Si tratta di un burbero, sempre contro il sistema e contro gli arbitri, pagando a caro prezzo queste battaglie in difesa delle squadre provinciali, la prima volta nel 1974 con la retrocessione a tavolino comminatagli per una presunta combinne organizzata, a dire dell’accusa, assieme all’attaccante del Napoli Sergio Clerici, ex centr’avanti del Verona, in una telefonata nella quale, tra saluti e convenevoli vari, Garonzi ha dato la sua disponibilità circa ad un suo interessamento presso la FIAT per permettere al Gringo di aprire una concessionaria in Brasile una volta che questi avesse smesso di giocare.

A quasi cinque anni di distanza, l’ennesimo sfogo contro il sistema gli costa la carica.

Al termine di una stagione disgraziata, nemmeno la città gli è riconoscente e lui se ne va del tutto.

Tuttavia ormai il “Dio Pallone” ha deciso di impossessarsi dell’anima di questo uomo e gli fa intravvedere un’impresa che ha dell’incredibile: assieme all’amico Luigi Campedelli rileva il Chievo, una squadretta di quartiere, con l’intento di farne la seconda società di Verona. Fa di più dando ai clivensi la possibilità di utilizzare il centro sportivo di Veronello quale loro quartier generale.

La splendida favola dell’altra squadra di Verona probabilmente inizia proprio in questa fredda domenica di gennaio 1979.

NAPOLI - VERONA 1-0: LA RABBIA DI SAVERIO GARONZI

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