ARGENTINA: SUCCESSO MUNDIAL TRA FESTA POPOLARE E PROPAGANDA DI REGIME

Intanto per gli argentini il grande giorno si avvicina. Proprio nell’immediata vigilia della finale, il comitato organizzatore del Mondiale ha deciso che al banchetto ufficiale, previsto nella capitale a conclusione della sfida tra Argentina e Olanda, saranno ammesse anche le mogli e le fidanzate dei giocatori delle due nazionali. E’ ancora viva l’eco delle polemiche sorte quattro anni prima quando dal banchetto erano state escluse mogli e fidanzate dei giocatori tedeschi e olandesi.

Risolto anche questo problema, tutto è pronto per il grande epilogo. Nel pomeriggio argentino ci sono ottantamila persone stipate sugli spalti dell’Estadio Monumental di Buenos Aires. Tra loro c’è anche Videla e la sua giunta, i “militari che si sono fregiati con cimiteri di croci sul petto”. Accanto a loro un ancora poco conosciuto Licio Gelli (almeno all’opinione pubblica), capo della loggia massonica P2, di cui è membro anche Lopez Rega, e il cui “Piano di Rinascita Democratica” riecheggia molto da vicino “El Proceso” di Videla.

E’ per loro che Passarella e compagni dovrebbero conquistare la Coppa del Mondo. Il tecnico Menotti, però, ai suoi giocatori, prima di entrare in campo, chiede di non voltarsi verso i generali, ma di guardare verso i macellai, i panettieri, gli operai, i tassisti, insomma verso tutta la gente comune che aspetta il trionfo.

Per la finale il tecnico argentino ritrova Osvaldo Ardiles, mentre la porta olandese torna ad essere difesa da Jongbloed.
Buenos Aires (Estadio Monumental) – domenica 25 giugno 1978 – ore 15,00

ARGENTINA – OLANDA 3-1 d.t.s. (FINALE)

RETI: 38’ Kempes, 82’ Nanninga (OL), 105’ Kempes, 115’ Bertoni

ARGENTINA: Fillol, Olguin, Galvan; Passarella (cap), Tarantini, Ardiles (66 Larossa);
Gallego, Kempes, Bertoni, Luqué, Ortiz (75 Houseman). C.T.: L. Menotti.

OLANDA: Jongbloed, Poortvliet, Krol (cap); Brandts, Jansen (73 Suurbier), Neeskens; Haan, W. van de Kerkhof, R. van de Kerkhof, Rep (59 Nanninga), Rensenbrink. C.T.: E. Happel

TERNA ARBITRALE: Gonella (Italia); g.l.: Barreto (Uruguay), Lienmayr (Austria).

SPETTATORI: 80.000
Trionfo doveva essere e trionfo è stato! Davanti ai 77000 spettatori del “Monumental”, le due squadre finaliste
danno vita a uno spettacolo avvincente: quando la partita sembra dare ragione ai padroni di casa (gol di Kempes al 38′), l’olandese Nanninga, subentrato nella ripresa al più celebre Jonny Rep, a 8 minuti dal termine dei tempi regolamentari, porta il match sul risultato di parità. A questo punto i sudamericani temono il tracollo della loro squadra, ormai convinta di portare a buon fine la propria missione, ma gli uomini di Menottti hanno il merito di reagire da grande squadra, legittimando proprio in quest’ultima mezz’ora supplementare un successo costellato da dubbi e polemiche. L’Olanda appare scarica e Kempes, proprio in chkiusura del primo tempo supplementare realizza il gol del 2 a 1, che tra l’altro gli vale il titolo di capocannoniere della manifestazione. Gli albi-celeste hanno il merito di non abbassare la soglia d’attenzione e Daniel Bertoni, a cinque minuti dal termine, realizza la rete della sicurezza, quella che manda in delirio un intero popolo.

Gli operai hanno vinto, i tassisti hanno vinto, i macellai hanno vinto, tutta la povera gente delle favelas ha vinto, ma nello stesso tempo ha vinto anche Videla! Le urla di gioia provenienti dallo stadio giungono sicuramente fino alle finestre dell’”Escuela de Mecanica de la Armada”, uno dei centri di tortura
del regime. Da qui sono passati circa 5000 detenuti, oltre il 90% dei quali scomparso dopo giorni di torture e umiliazioni disumane. I pochi superstiti raccontano che qui, come negli altri campi di concentramento, come il Garage Olimpo, le torture si sono interrotte durante le partite della nazionale, così come i voli della morte, con cui i detenuti politici vengono gettati giù da un aereo, nudi, in pieno oceano. Per venticinque giorni i condannati hanno festeggiato i gol come una catarsi, ma al 90’ l’orrore è sistematicamente ripreso come se niente fosse successo.

Oltre a quelle dei giocatori autori dell’impresa con amici o parenti nella lista dei desaparecidos, ci sono davvero 25 milioni di mani sulla coppa con le ali. Tra queste ci sono anche quelle delle madri di Plaza de Mayo, che hanno rivelato a Simon Kuper, autore di Calcio e potere:

Almeno in parte si è realizzato l’ideale dei Montoneros, che avrebbero voluto trasformare l’evento in una gigantesca conferenza stampa per informare il mondo delle sofferenze del popolo argentino.

Resta ancora il dilemma se Menotti, con il suo calcio fatto di bellezza ed eleganza, abbia effettivamente aiutato il regime portando la nazionale alla vittoria, oppure se si sia opposto alla dittatura facendo
trionfare la bellezza sulla forza? Una cosa è certa, quella notte di giugno c’è una sola bandiera che sfila per le strade di Buenos Aires. Portata in trionfo dai calciatori, artefici di una vittoria e strumento di un regime.

Anni dopo il grande Osvaldo Ardiles, cervello di quella squadra, svela a Tim Pears i suoi sentimenti:

Alle ore 17,30 argentine, con la cerimonia di consegna della coppa nelle mani di Daniel Alberto Passarella, va in archivio un mese di follia collettiva, negli stadi a due passi dalle camere di tortura e con i soldati armati alle porte. E’ una vittoria dello sport, o la sconfitta di un popolo? E’ il campionato del mondo di calcio, Argentina 1978.

Come avvenuto per i successi della nazionale di Vittorio Pozzo, a questa domanda nessuno riesce ancora a dare una risposta definitiva.

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