IL RICORDO DI UN CRONISTA-TIFOSO

«Era dai tempi del »favoloso« Gundersen e del mitico Emanuele Del Vecchio che il Verona non aveva potuto schierare tra le sue fila un giocatore straniero, ora nel 1982-83 con la riapertura delle frontiere finalmente ritornarono ad accendere le fantasie dei tifosi anche giocatori fuori dall’Italia. I primi
furono il polacco Zmuda e il brasiliano Dirceu, trentenne brasilero giramondo che già aveva portato i suoi tocchi fantasiosi in Spagna e in Messico oltre
ad aver partecipato ai mondiali del 1982. Dirceu, proprietario del suo cartellino assai prima della cosiddetta »era-Bosman«, portò subito una carica di
travolgente simpatia. In campo, era un brasiliano per molti versi atipico. Evitava accuratamente il dribbling, e correva senza sosta con i capelli al vento
nelle vicinanze della palla. Una volta ricevuta, subito la smistava rigorosamente di prima con tocchi mirabili. Sapeva inoltre inventare lanci lunghissimi,
e, quando capitava l’occasione, esplodeva superbi tiri da lontano: la sua battuta fondava violentemente la palla verso l’obiettivo, nei pressi del quale
essa pareva improvvisamente rallentare per poi scendere – diceva lui- con un »giro di samba«. Egli fu un insuperabile reclamizzatore di se stesso. In allenamento
sorrideva sempre. Regolarmente accerchiato da drappelli di tifosi, a tutti regalava un festoso »ciao amigo«. Rispondeva con gentilezza a chiunque, e si
faceva in quattro per accettare i mille inviti che da ogni parte gli rivolgevano. Dirceu faceva tutto ciò per una scelta meditata, ma anche, certamente
per reale cordialità. Me ne resi conto di persona il giorno in cui due maestre delle scuole materne di Buttapietra mi pregarono trepidanti di contattarlo
per la premiazione di un torneo di calcio dei bambini. José accettò immediatamente; poi mi cercò più volte in serata per scusarsi, perché era stato spostato
l’allenamento e avrebbe tardato di mezz’ora. All’asilo di Buttapietra si trovò davanti 200 bambini festanti. Avrebbe potuto dare una medaglietta ai 10
capisquadra e già tutti ne sarebbero stati lieti. Invece lui volle regalare una sua foto, salutare e baciare i bambini uno ad uno, regalando a ciascuno
il suo autografo con dedica e non di rado informandosi di un taglietto sul dito o di un brufolo sul naso. Se ne andò sommerso dall’affetto della gente.

Bagnoli ne aveva all’inizio accolto l’arrivo con perplessità: Dirceu era stato ingaggiato solo negli ultimi giorni di mercato e nel suo ruolo c’era già
Guidolin, giocatore amato e stimato. Il brasiliano però ci mise poco a conquistare un posto da titolare e il suo primo gol italiano portò alla 7° giornata
il Verona ad un incredibile primo posto in classifica. Le sue grandi prestazioni si ripeterono di giornata in giornata e lo fecero diventare l’idolo dei
tifosi. In estate però un amletico dubbio cominciò a tormentare i supporters gialloblù: Dirceu va o resta? Il brillante campionato del Verona e del brasiliano
avevano attirato le attenzioni di molte squadre. José sarebbe rimasto volentieri a Verona, le cui mura antiche erano state addirittura tappezzate di centinaia
di manifesti invocanti la sua permanenza in gialloblù. Le numerose e ricche offerte però orientavano i dirigenti del Verona verso la sua cessione. Ma come
avrebbero potuto dirlo alla piazza? Essi contattarono i giornalisti »amici«, quelli che da anni erano abituati ad un atteggiamento acritico e ossequioso
verso chiunque detenesse potere. Quando perciò Dirceu, come avrebbe fatto qualunque professionista, accettò l’offerta del Napoli, partì immediatamente,
in particolare su »L’Arena«, una campagna di demonizzazione verso il »folle traditore e mercenario« brasiliano. Si rievocarono con protervia ed acidità
le mille dichiarazioni di amicizia di José ai suoi tifosi, inventando per Verona l’immagine grottesca di una fanciulla cinicamente tradita, sedotta ed
abbandonata da un avventuriero senza scrupoli. Molti tifosi abboccarono e quando alla 9° giornata Dirceu si presentò al Bentegodi con la maglia del Napoli,
lo stadio lo accolse ribollente di fischi e urla di scherno, e pavesato di striscioni irridenti tra i quali campeggiava un »Dirceu, amigo dighelo a to
pare«. José, che nelle dichiarazioni della vigilia aveva ribadito comunque il suo affetto alla città, esprimendo il desiderio di salutare i suoi vecchi
tifosi benché gli avessero voltato le spalle, si comportò ancora una volta da signore. Incurante dei mille insulti assurdi che gli piovevano dagli spalti,
tempestato dai fischi e improperi, tranquillo e deciso egli si diresse corrichiando intorno alla curva affrontando a viso aperto, come per un dovere irrinunciabile
, proprio il boato che lo aggrediva con sempre maggiore veemenza. Ai lazzi degli smemorati e degli ingenui, egli oppose un lungo saluto con le mani alzate
che suscitò rispetto ed ammirazione. In campo poi quando il suo compagno segnò il gol del pareggio evitò di esultare in rispetto dei suoi vecchi tifosi.

Ora il vecchio »amigo« è arrivato prematuramente all’ultimo trasferimento (è morto nel 1995 in un terribile incidente stradale); senza essere un campionissimo,
ha certamente saputo comunicare la sua voglia saggia di affrontare il calcio come un gioco da vivere fantasiosamente con fanciullesca allegria. Se là dove
ora riposa è ancora lecito giocare, non v’è dubbio che sia riuscito a strappare un ingaggio anche a San Pietro.»
Il personaggio: JOSÈ GUIMARES DIRCEU

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