CAMPIONATO EUROPEO DI CALCIO 1980: LE FINALI

La delusione per la mancata qualificazione alla finalissima della nazionale azzurra è tanta; dopo il mondiale argentino, ci si attendeva un risultato di maggiore prestigio e invece sui campi italiani è scesa in campo una squadra decisamente povera d’idee. La forzata rinubncia a Paolo Rossi e a Bruno Giordano ha senz’altro creato scompensi, ma la critica non risparmia rimproveri ad Enzo Bearzot, per non aver provato, ad esempio, qualche alternativa a Gian Carlo Antognoni. In molti pensano ad Evaristo Beccalossi, geniale mancino interista, capace di illuminare la manovra come pochi. Molti pensano anche ad Eraldo Pecci, accantonato per dissapori dopo il mondiale argentino e in avanti, settore per nulla prolifico, qualcuno invoca l’utilizzo in pianta stabile dell’unico vero centravanti del momento: Roberto Pruzzo.

Comunque rimane a ncora un terzo posto da conquistare per salvare in parte l’onore. A Napoli gli azzurri affrontano la Cecoslovacchia, compagine detentrice del titolo, alla quale vogliono certamente restituire il pesante 3 a 0 subito in amichevole nella prima trasferta dopo il mondiale.

Bearzot deve rinunciare a Gabriele Oriali e a Giancarlo Antognoni. Tuttavia viene recuperato Antonio Cabrini, risolvendo completamente il problema sulla fascia sinistra della difesa. Invece per sostituire il regista viola, Bearzot tenta l’esperimento di arretrare il raggio d’azione a Roberto Bettega, proponendo in avanti l’inedita coppia Graziani-Altobelli. A centrocampo Tardelli verrà supportato dal dinamismo di Giuseppe Baresi.
375: Napoli (Stadio San Paolo) – sabato, 21 giugno 1980 – ore 20,30

ITALIA – CECOSLOVACCHIA 9-10 d.c.r. (C.E.: FINALE 3o POSTO)

RETI: 53′ Jurkemik (CE), 72′ Graziani.

ITALIA: Zoff (Juventus) 84 (cap.), Gentile (Juventus) 39, Cabrini (Juventus) 19, Baresi I (Inter) 4, Collovati (Milan) 12, Scirea (Juventus) 32, Causio (Juventus) 55, Tardelli (Juventus) 40, Graziani (Torino) 38, Bettega (Juventus) 34 (85′ Benetti (Roma) 55), Altobelli (Inter) 2. C.T.: E. Bearzot.

A disposizione: Bordon (Inter), Bellugi (Napoli), Maldera III (Milan), Zaccarelli (Torino).

CECOSLOVACCHIA: Netolicka, Barmos, Gogh, Jurkemik, Vojacek, Ondrus (cap.), Vizek (64′ Gajdusek), Kozak, Nehoda, Panenka, Masny. C.T.: J. Venglos.

A disposizione: Keketi, Fiala, Stambachr, Pollak.

ARBITRO: Linemayr (Austria).

SPETTATORI: 30.000 (24.652 paganti).
L’Italia rimane imbattuta, ma rimane pure giù dal podio! La partita è tesa, combattuta a centrocampo, ma sostanzialmente povera d’emozioni. Solo i due gol la ravvivano nella ripresa e i supplementari illudono tutti di poter rivivere quanto vissuto dieci anni prima in un appuntamento ben più importante. Si arriva così ai calci di rigore, un’infinita serie alla quale mancano di partecipare solamente i due portieri. I tiratori sembrano infallibili, fino a quando sul dischetto si presenta Fulvio Collovati il quale si fa parare il suo rigore dando il terzo posto ai Campioni d’Europa in carica. A questo punto il fallimento è completo. Se nel 1978 il quarto posto è stato accolto come un mezzo trionfo, in virtù anche del gioco espresso, ora i dubbi circa il gruppo allestito da Bearzot sono sempre maggiori. Per il calcio italiano, povero di talenti, c’è da affrontare un difficile girone di qualificazione ai mondiali spagnoli del 1982, con la rinnovata Jugoslavia, l’emergente Danimarca capitanata da Alan Simonsen e la Grecia, outsider già capace di estromettere l’Unione Sovietica di Blochin da questi europei.

Mentre l’Italia si lecca le ferite per la favola mancata, va in scena l’ultimo atto della manifestazione, quello che potrebbe vedere il compiersi di una delle tante imprese raccontate dal Dio Pallone. Di fronte ci sono la Germania Occidentale, senz’altro la nazionale più titolata degli anni settanta e il Belgio, autentica rivelazione del torneo.

Messi da parte alcuni mostri sacri imbolsiti, a cui l’anagrafe concederebbe ancora l’opportunità di prendere parte alle maggiori manifestazioni UEFA e FIFA, il tecnico tedesco Jup Derwal ha costituito un gruppo di ragazzi con fame di successo che ruotano attorno al talento di Karl Heinz Rummenigge, alle invenzioni di Hansi Müller, all’autorità di Uli Stielike e alla vena realizzativa di Klaus Allofs. Attorno a questi si affermano altri giocatori, finora sconosciuti al grande pubblico, come il portiere Harald Schumacher, i fratelli Bernd e Karl Heinz Förster, il gigantesco Hans Peter Briegel e soprattutto due giovanissimi centrocampisti destinati a far sognare le proprie tifoserie come Lothar Matthäus e Bernd Schuster. Contro troveranno una compagine che basa le proprie fortune sull’alchimia tra un gruppo giovane e un “capo storico” che incute rispetto e (quasi) devozione. Si tratta di Wilfried Van Moer, regista puro, recuperato in extremis da Thys. Dopo un’assenza dalla Nazionale durata quattro anni, dal ’75 al ’79, è l’ispiratore dei giovani Ceulemans e Van den Bergh, punte che feriscono le difese avversarie.
Ha trentacinque anni e tre mesi, qualche problema di tenuta atletica ma una classe sopraffina che lo sostiene.
CAMPIONATO D’EUROPA PER NAZIONI – FINALE -: Roma (Stadio Olimpico), domenica 22 giugno 1980
GERMANIA OVEST – BELGIO 2-1

RETI: 10’ Hrubesch, 72’ Vandereycken (BE) rig., 88’ Hrubesch

GERMANIA OVEST: Schumacher, Kaltz, Förster I; Stielike, Dietz, Briegel (55 Cullmann); Schuster, Müller H., Rummenigge I, Hrubesch, Allofs I. C.T.: J. Derwall.

BELGIO: Pfaff, Gerets, Millecamps L.; Meeuws, Renquin, Cools; Vandereycken, Van Moer, Mommens, Van der Elst, Ceulemans. C.T.: G. Thys.

ARBITRO: Rainea (Romania).

SPETTATORI: 48.000
Davanti ad una discreta cornice di pubblico, deprimente se si pensa che si sta assegnando il più importante trofeo europeo, Germania e Belgio danno vita ad una delle partite più interessanti dell’intera manifestazione. Tra gli uomini di Thys sale in cattedra il vecchio Wilfried Van Moer, ma può ben poco contro i talenti teutonici, ispirati dal giovane Schuster, quindici anni in meno del capitano fiammingo e trascinati dai gol di Horst Hrubesch, maturo centravanti dell’Amburgo entrato tuttavia da pochi anni nel giro della nazionale e quindi affamato di successi. La gigantesca punta compagna di club di “king Kevin Keegan” vive probabilmente la serata più esaltante della sua carriera realizzando la doppietta che riporta il titolo in Germania, rendendo inutile il rigore trasformato dal centrocampista del bruges René Vandereycken, col quale i belgi speravano di giocarsi tutto nei tempi supplementari e, magari, ai calci di rigore.

La partita consacra pure Bernd Schuster, l’ispiratore di tutte le azioni più importanti del match. Per lui si prevede un futuro da record con la maglia bianca dei tedeschi occidentali, ma un carattere difficile e qualche infortunio di troppo lo relegheranno spesso ai margini della nazionale più titolata d’Europa.

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