HELMUT SCHÖN

Nato a Dresda il 15 settembre del 1915, entra a far parte della squadra locale nella quale trascorrerà tutta la sua carriera. Ottimo attaccante, a 22 anni entra a far parte della nazionale tedesca con la quale disputa 16 incontri realizzando 17 reti. Mentre la Seconda Guerra Mondiale infiamma l’Europa, con la sua squadra si laurea campione di Germania nel 1943 e nel 1944.

Nel 1951, appese le scarpe al fatidico chiodo soprattutto a causa di un grave incidente a un ginocchio e dopo tre operazioni alla cartilagine dell’articolazione, Schön prende la decisione che probabilmente gli cambierà la vita. Con la morte nel cuore lascia Dresda, città inglobata nella Germania Est comunista e nella quale non farà più ritorno, per trasferirsi a Berlino Oves
. Li inizia la carriera di allenatore nell’Erta, per poi passare nel 1956 ad allenare il Saarland, rimanendovi fino al 1964.

A quasi 50 anni entra nella sfera della nazionale prendendo in mano prima la selezione giovanile e subito dopo anche la nazionale maggiore. Nel 1966, reintegrati i grandi campioni militanti all’estero – Karl Heinz Schnellinger, Horst Bruells e soprattutto Helmut Haller, arrivano i primi grandi risultati: contro ogni pronostico la Germania nella quale milita il giovane Beckenbauer, raggiunge la finale persa contro l’Inghilterra per 4 a 2 e non senza polemiche: il terzo gol di Hurst realizzato durante i tempi supplementari non è entrato in porta.

L’unica macchia della sua carriera alla guida della nazionale della Germania Occidentale è l’eliminazione al primo turno dal campionato europeo vinto dall’Italia nel 1968, avvenuta per mano della fortissima Jugoslavia, l’altra finalista, la quale ha approfittato del rinnovamento generazionale che il calcio tedesco stava vivendo.


Al contrario del suo predecessore Joseph Erberger, con i calciatori Schön stabilisce un rapporto quasi cameratesco. Per tutti valga l’episodio del ritiro di Leon, prima dei mondiali messicani, quando i calciatori tedeschi lo gettano vestito nella piscina dell’albergo, suscitando anche la sua ilarità. In questa edizione egli guida la squadra al terzo posto, uscendo sconfitto dai supplementari più belli e drammatici della storia del calcio.

Per lui e per la nazionale tedesca il bello, però, deve ancora venire!

Nel 1972 conquista il campionato europeo trionfando in Belgio e due anni dopo arriva anche il titolo mondiale. La sbornia non impedisce ai tedeschi di mietere ancora successi: Nella finale degli europei di Belgrado, contro la Cecoslovacchia, c’è ancora lui seduto in panchina. Per la prima volta un grande trofeo viene assegnato ai calci di rigore, ma gli undici metri non arridono ai teutonici e la coppa torna oltre la cortina di ferro.

La squadra è ormai logora: Beckenbauer è volato negli Stati Uniti e Muller non graffia più. In Argentina la Germania supera il primo turno, ma nel girone di semifinale non entra mai in lizza per il primo posto, lasciando che Olanda ed Italia se lo contendano. Per i campioni in carica si tratta di una mezza delusione. Schon comprende che per lui è arrivato il momento di ritirarsi a vita privata e di godersi i grandi successi ottenuti, con l’unico rammarico del triste finale della sua gloriosissima carriera.

Pochi anni dopo, il terribile morbo di Alzheimer inizia ad offendere il brillante cervello del grande Bundestrainer. Schön (in tedesco “bello”)
esce di scena silenziosamente. Il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, i “suoi” ragazzi del Mondiale ’74 vanno tutti assieme a fargli visita senza essere riconosciuti. La moglie Anneliese chiede un unico, disperato regalo:

Solo Uwe Seeler, il grande bomber predecessore di Müller, terrà con lei i contatti fino all’ultimo. Fino al 23 febbraio 1996, quando da Visbaden la morte si porta via “l’uomo
con il cappello”, come è stato soprannominato per l’abitudine di portare la coppola sopra la testa calva.

commenta il taciturno Müller

In effetti, a livello di nazionali, Helmut Schön è stato uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio.

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