Il giorno degli addii

Paolo Maldini un anno prima di dare l'addio al calcio.

C’è il pubblico delle grandi occasioni al Franchi di Firenze domenica 31 maggio 2009. Arriva il Milan: un incontro di cartello, nonostante entrambe le squadre siano già certe di poter accedere alla Champions’ League dell’anno successivo.

In realtà, però, l’attenzione di tutti è rivolta soprattutto a ciò che accadrà dopo il novantesimo minuto. Quella che sta per andare in scena è infatti una domenica di addii, una di quelle giornate destinate a lasciare il segno nella storia recente del calcio italiano.

Paolo Maldini, dopo venticinque stagioni trascorse in maglia rossonera, si appresta a chiudere una carriera irripetibile. Per il capitano del Milan è l’ultima partita da calciatore professionista. Una settimana prima, a San Siro, una parte della tifoseria organizzata gli ha riservato uno striscione polemico che ha lasciato amarezza e discussioni. A Firenze, invece, il difensore riceve il tributo che merita una leggenda del calcio mondiale.

Quando il suo numero viene annunciato e quando lascia il campo, il pubblico del Franchi si alza in piedi per una lunghissima e commossa standing ovation. Applaudono i tifosi rossoneri e quelli viola, uniti nel rendere omaggio ad un campione che ha attraversato oltre vent’anni di storia del calcio italiano e internazionale.

Non è l’unico addio destinato a segnare la fine di un’epoca. In panchina siede per l’ultima volta Carlo Ancelotti, protagonista di uno dei cicli più vincenti della storia milanista. Dopo otto stagioni, una Coppa Italia, uno scudetto, una Supercoppa italiana, una Supercoppa europea, un Mondiale per club e soprattutto due Champions’ League, il tecnico emiliano è pronto a salutare il Milan per iniziare una nuova avventura.

Per Ancelotti si chiude un rapporto che va ben oltre gli anni trascorsi in panchina. La sua storia rossonera era infatti iniziata già negli anni Ottanta da calciatore, al fianco dello stesso Maldini, sotto la guida di Arrigo Sacchi. Insieme avevano contribuito a gettare le basi di quel Milan capace di dominare in Italia, in Europa e nel mondo. Ora, ventidue anni dopo l’inizio di quell’avventura, i due protagonisti salutano contemporaneamente, quasi a voler consegnare definitivamente alla storia l’epopea del Milan degli Invincibili.

E non finisce qui. Quella è anche l’ultima partita in rossonero di Kaká, Pallone d’Oro 2007 e simbolo del Milan del nuovo millennio. Di lì a pochi giorni il brasiliano verrà ceduto al Real Madrid, chiudendo solo momentaneamente una delle storie d’amore più intense tra un campione e il pubblico milanista. Qualche anno più tardi, infatti, tornerà a vestire la maglia rossonera per un’ultima romantica parentesi, accolta con entusiasmo da una tifoseria che non aveva mai smesso di considerarlo uno dei propri beniamini.

Il campo, quasi per rispettare il copione scritto dalla storia, consegna il palcoscenico proprio ai protagonisti di questa giornata speciale. Al 55′ è Kaká a sbloccare il risultato con una delle sue accelerazioni irresistibili. Nel finale arriva anche il raddoppio di Alexandre Pato, su assist dello stesso Kaka, il talento destinato a raccogliere idealmente l’eredità del fuoriclasse brasiliano.

Finisce 2-0 per il Milan. La classifica racconta di una vittoria prestigiosa in trasferta. La memoria, invece, conserverà soprattutto le emozioni di un pomeriggio che segna il passaggio di consegne tra passato, presente e futuro. L’addio di Maldini, la partenza di Ancelotti e quella ormai imminente di Kaká chiudono definitivamente uno dei capitoli più gloriosi della storia rossonera.

15 ottobre 1967: QUANDO LA “FARFALLA” SMISE DI VOLARE

«Non potrò mai dimenticare quella terribile frenata, (Si parla di domenica 15 ottobre 1967) «quella drammatica notte. Il giorno dopo l’incidente molta gente ancora urlava e piangeva. Quando vado a portargli fiori piango anch’io. Vengono tante signore a lasciar­gli garofani rossi sul cippo che è davanti al nostro bar».
Sono le parole della signora Zambon, la proprietaria del bar da dove lui, Gigi Meroni, verso le 21 e 30 di domenica 15 ottobre 1967 ha chiamato la sua Cristiana per farsi aprire il portone di casa, dall’altra parte della strada. Pochi metri che lui non farà in tempo a percorrere: una 124 lo centra mandandolo a sbattere contro una Lancia Aprilia. Un terribile palleggio che stronca la giovane vita di un ragazzo che vuole essere uguale a molti, pur nella sua eccentricità, ma che, quasi suo malgrado, rappresenta ormai un modello per molti giovani del 1967.

15 ottobre 1967

È una domenica d’autunno il 15 ottobre 1967, piovosa, come spesso accade, da trascorrere al caldo dei salotti o, al massimo, in qualche cinema. Per gli appassionati di calcio, dopo la canonica messa domenicale seguita dall’altrettanto usuale pranzo della festa, c’è l’appuntamento con lo stadio o con la radiolina.
Questa domenica giunge al termine di una settimana iniziata con la morte, molti dicono l’esecuzione, di Ernesto Guevara, il medico-guerrigliero sudamericano mito di molti giovani di sinistra, per le sue continue battaglie contro i potenti, la cui morte ha fatto certamente discutere. Alle 14,30 del dì di festa, però, tutto passa in secondo piano: il campionato e i sogni di gloria legati al Totocalcio hanno il sopravvento. Dopo due ore si racconta della Roma capolista, della batosta rimediata dall’Inter a Bergamo e delle larghe vittorie interne del Milan di Gianni Rivera e del Torino di Gigi Meroni, probabilmente i due giocatori più tecnici e discussi della serie A.
Termina così questa domenica comune, con i giovani che salutano le fidanzate e le famiglie che rientrano a casa, dove, dopo cena, a tarda sera, gli uomini potranno gustarsi finalmente le immagini dei gol trasmesse da“La Domenica Sportiva”.

Domenica 15 ottobre 1967 A TORINO

È un dopo cena domenicale come tanti per tutti, eccetto che per gli abitanti di Torino. In Corso Umberto, alle 21 e 30, è stato investito un ragazzo: noh! È il ragazzo: è Gigi Meroni. Le sue condizioni appaiono immediatamente disperate: viene trasportato al Mauriziano dove, venti minuti prima delle 11 di sera, ne viene dichiarata la morte. Con lui c’è Cristiana, la fidanzata che convive con lui da qualche settimana e qualche amico. In città la notizia circola immediatamente, tanto che all’esterno ci sono già migliaia di tifosi e sportivi in lacrime. Il resto del Paese, invece, si gode lo spettacolo delle immagini della giornata sportiva: Enzo Tortora, il conduttore del rotocalco, si rifiuta di dare la notizia in diretta: molti familiari non sono ancora stati avvertiti: lui non ha bisogno della normativa sulla privacy per usare il buon senso!
Solo a partire dalle prime ore del giorno successivo i giornali radio fanno sapere al mondo che il volo della “farfalla” è stato stroncato definitivamente.

15 ottobre 1967: CHI È “GIGI” MERONI E COSA RIMANE DI LUI

Qualcuno col passare degli anni arriva a sostenere che “Gigi” Meroni non è morto; tutt’altro: lui è rinato proprio il 15 ottobre 1967. Senza dubbio quella sera è nato un mito! Al netto delle sue indubbie capacità tecniche, di “Gigi” Meroni, classe 1943 come i grandi Antonio Juliano, “Picchio” De Sisti, Roberto Boninsegna, Roberto Rosato e, soprattutto, Gianni Rivera, non si può non ricordare il suo essere “personaggio”, ma in modo “genuino”, perché Luigi Meroni era e non voleva apparire! Di lui rimangono la sua chitarra suonata in ritiro, il che lo faceva un po’ Ringo Star dei Beatles, la sua Balilla con gli interni gialli e i fanali pitturati d’oro, la sua mansarda, la sua fida gallina portata al guinzaglio e i vestiti che lui stesso disegnava, unitamente alla sua dolcezza e alla sua assoluta dedizione al lavoro. Scrupoloso negli allenamenti e correttissimo in campo, tanto da diventare uno dei giocatori prediletti da Nereo Rocco, che per questo accettava di buon gradole stravaganze “de quel mona de bit”!.
Pure la sua vita privata ha rappresentato fonte di discussioni e polemiche: Cristiana era una donna più grande di lui e per giunta divorziata! Lui, però, è andato ancora oltre! Sempre in modo vero, non come accadra a molti suoi colleghi del futuro, pronti ad atteggiarsi a geni con condotte private e professionali discutibili!

Domenica 1 maggio 1994: Addio Ayrthon Senna!

Proprio come oggi, il 1° maggio del 1994, la formula uno si è ttrovata a scrivere quello che, probabilmente, si è rivelato il weekend più triste della sua storia ultra cinquantenaria: due incidenti mortali in altrettanti giorni, hanno funestato l’allora Gran Premio di San Marino, corso sul tracciato di Imola, da poco intitolato ad Enzo e Dino Ferrari.


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Per il racconto di quel tremendo weekend, rimandiamo tutti a questo link, mentre qui, in queste poche righe, diamo spazio al ricordo delle emozioni stimolate da tanta enormità. A lasciarci tragicamente erano il gregario prima ed il “campionissimo”, la cui scomparsa metteva in secondo piano quella di un ragazzo che, a 32 anni stava vivendo il proprio sogno, a contatto col collega, fino a quel momento esempio e punto di riferimento, che lo avrebbe seguito a distanza di ventiquattr’ore. Di colpo il nastro del tempo sembrava riavvolgersi fino ad almeno dodici anni prima, riportando tristemente e dolorosamente la memoria alle tragedie che hanno colpito a poca distanza Gilles Villeneuve e Rick Paletti, fino a quel momento le ultime vittime in una corsa di Formula UNO. Ora la sorte funesta si portava via Ayrthon Senna, forte di tutti, nonché punto di riferimento ed orgoglio per un’intera nazione.
In quell’assolato tramonto di maggio, mentre si sperava in un miracolo, cresceva in tutti la convinzione che per il mondo dei bolidi nulla sarebbe più stato come prima, mentre molti tifosi si sarebbero sentiti più soli.

21 giugno 1981: L’ULTIMO ACUTO DEL POETA


21 giugno primo giorno d’estate, in cui le domeniche raramente sono state dedicate al “Dio Pallone”! Una di queste è proprio quella del 1970, quando il Brasile trionfava nella finalissima del mondiale messicano proprio contro l’Italia, aggiudicandosi la Coppa Rimet e lasciando a noi un mare di rimpianti e di polemiche. Qui però, noi parliamo d’altro attraverso un salto in avanti di undici anni, raccontando un gran premio di Formula UNO, destinato purtroppo ad entrare nella storia.


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Non c’è il sole ad accogliere la bella stagione in questo 1981, in un giugno che ha visto l’Italia piangere la morte di Rino Gaetano e, sopratttutto, inchiodarsi per ore ed ore davanti ai teleschermi trepidando, sperando, per poi cadere nel dolore per la tragica fine del piccolo Alfredo Rampi.
Lo sport ha regalato uno dei campionati di serie A più avvincenti nella storia, vinto dalla Juventus, mentre Giovanni Battaglin ha conquistato il Giro d’Italia, entrando da trionfatore nell’Arena di Verona.
Il meteo non certo amico induce molti a trascorrere
la domenica pomeriggio davanti al televisore, per seguire il Gran Premio di Spagna di Formula UNO; l’entusiasmo, tra l’altro non manca, alla luce della grande vittoria conquistata da Gilles Villeneuve nella precedente gara disputata a Montecarlo! Le qualifiche, però, smorzano gli entusiasmi: il canadesino della “rossa” parte solo dalla quarta fila, preceduto dalle solite Brabham, Renault e Williams. Villeneuve, però, allo scattare del verde, recupera immediatamente alcune posizioni, in una partenza contraddistinta dall’errore di Jacques Laffite, al quale scivola la frizione, chiudendo il primo giro all’11o posto. Villeneuve, intanto, supera pure l’arcigno Carlos Reuteman, entrando così in zona podio, alle spalle del solo Alain Jones. Il Campione del Mondo in carica controlla le operazioni fino al quattordicesimo giro quando, per un’uscita di pista, si ritrova in fondo al gruppo. Villeneuve è primo, ma la corsa è appena iniziata! Troppe volte la foga o la macchina lo ha tradito, ma questa volta Gilles sembra guidare sicuro, mentre alle sue spalle accade di tutto: Piquet ed Andretti escono di strada in un duello per un sorpasso, mentre il giovane francese Alain Prost abbandona, dopo un testacoda, mentre si trovava in terza posizione. Laffite intanto rimonta fino a porsi all’inseguimento di un Villeneuve, mai così “ragioniere del volante”. In cinque gli si avvicinano, ma lui non fa passare nessuno. Gli ultimi giri vedono un trenino di cinque vetture pronte a superarsi, ma tutto è inutile: dopo il clamoroso sorpasso sul tracciato di Montecarlo, Villeneuve regala il bis, con un’impresa destinata a riempire le cineteche della formula UNO. Sarà l’ultima volta che lo vedremo sorridente sul gradino più alto del podio: fra poco meno di un anno parleremo al passato, dell’ultimo vero poeta dei bolidi a ruote scoperte.

31 agosto 1997: L’ESORDIO DEL “FENOMENO” MENTRE L’ITALIA E IL MONDO PIANGONO LADY DIANA

Gli ultimi giorni dell’agosto del 1997 sono carichi d’attesa in Italia! il 31, ultima domenica ed ultimo giorno del mese, parte il campionato di serie A e a Milano esordisce il “fenomeno”: quel Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, costato all’Inter di Massimo Moratti ben cinquanta miliardi di lire. Avversario è il Brescia, neopromossa il cui Presidente, Gino Corioni, si sta mangiando mani, braccia e quant’altro, per aver rifiutato l’ingaggio del giocatore qualche anno prima, quando sarebbe arrivato per alcune centinaia di milioni! Tutti attendono le giocate del brasiliano, ma questa non sarà la sua domenica, come non lo sarà per nessuno dei divi del pallone!

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La mezzanotte di questa domenica 31 agosto è scoccata da qualche decina di minuti; a Parigi una Mercedes parte a tutta velocità da un’uscita secondaria dell’Hotel Riz, seguita da uno stuolo di motociclette. Sul sedile posteriore della vettura siedono la Principessa Lady Diana e Dodi Al Fayed, figlio del miliardario arabo Mohammed, proprietario della catena stessa, oltre che di numerosi famosissimi centri commerciali. Tanta furia è dovuta alla volontà di sottrarre L’ex consorte del Principe Carlo d’Inghilterra dai flash indiscreti e ormai indisponenti dei fotografi, a caccia d’immagini da vendere a peso d’oro.
La macchina procede ad alta velocità per le vie parigine, imbocca il tunnel dell’Almà, ma all’altezza del tredicesimo palo sbanda andandosi a schiantare contro il sostegno stesso. È una botta tremenda: l’autista muore sul colpo, mentre i due passeggeri vengono trasportati all’ospedale in condizioni gravissime. Dodi muore in ambulanza, mentre la principessa agonizza per qualche ora: prima del risveglio della gente comune.
Le notizie della tragedia iniziano a circolare immediatamente, tanto che i telegiornali della mattina sono già pieni di servizi. Scoppiano le polemiche, con i paparazzi principali accusati. In realtà, nei giorni a venire, e per molti anni, si faranno congetture di ogni tipo: dalla disgrazia al complotto, per spiegare una tragedia che lascia attonito il mondo intero, distogliendo quasi totalmente l’attenzione dalla prima giornata di serie A della stagione calcistica 1997-98, la prima del “fenomeno”, il quale fornirà una prestazione opaca, mentre a brillare sarà il giovanissimo uruguayano Alvaro Recoba, autore dei due gol con i quali l’Inter batte, con molta fatica, il Brescia.

17 AGOSTO 1969: LA DOMENICA DI WOODSTOCK

È una domenica particolare quella che vi andiamo a raccontare quest’oggi; una di quelle destinate a cambiare il corso

della storia di uno dei campi preferiti della nostra esistenza: la musica!


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L’anno è il 1969. In Italia, come ormai da tradizione, le città sono deserte, in quanto la maggior parte della popolazione

sta trascorrendo le canoniche ferie d’agosto al mare. Sulle spiaggie imperversa la musica di lucio Battisti, mentre si

commenta ancora l’impresa dell’Apollo 11, che solo poche settimane prima, ha portato due uomini a compiere i primi passi

sulla Luna. Gli appassionati di calcio, dal canto loro, assistono dai giornali ai primi passi delle loro squadre del

cuore, impegnate nella preparazione estiva, di una stagione che si concluderà con i “Campionati Mondiali del Messico”.
È altresì un grande periodo di fermenti sociali, con i giovani in cerca di un’altra via per trascorrere la loro esistenza

su questo pianeta. Da qualche anno tutto è in discussione: la famiglia, la patria, la scuola; nulla sfugge alla richiesta

di rinnovamento. “Pace e Amore Libero sono le parole d’ordine principali e musica, tanta musica, dura, cattiva, urlata,

composta quasi sempre sotto gli effetti di sbornie colossali o stupefacenti! Una simile filosofia di vita trova il suo riscontro nel movimento Hippie – “i figli dei fiori”, i cui componenti vogliono vivere quella che, a tutti gli effetti, non sarà altro che un’utopia. Dietro, infatti, c’è chi è pronto a sfruttarne il lato commerciale, soprattutto se ci troviamo negli States, la patria della libera iniziativa e del libero mercato. JP. Roberts e Joe Rosenman sono due giovani rampanti, i quali, sul far dell’estate, pubblicano sulle pagine delle principali testate newyorkesi il seguente annuncio: “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.” La risposta più interessante giunge da Woodstock, località nella Contea dell’Ulster, appartenente allo Stato di New York, teatro in estate di una manifestazione d’arte. All’inizio l’idea è quella di costituire uno studio di registrazione, destinata ad evolvere ben presto nella creazione di un vero e proprio evento musicale. Sulle prime Rosenman vorrebbe abbandonare il progetto, ma poi decide di rimanere della partita. L’iniziativa prende il nome di Woodstock Venture: per la quale, in men che non si dica, vengono venduti oltre 180 mila biglietti. A questo punto gli organizzatori decidono di rendere libero l’ingresso, convinti di poter far fronte alle spese con ciò che gli avventori avrebbero consumato. Tuttavia le difficoltà non mancano: la cittadinanza di Woodstock non vuole il concerto il quale, il 15 luglio 1969, sembra saltare definitivamente, per una questione di permessi non concessi, per il mancato rispetto delle norme igieniche. Basta tuttavia spostarsi di poche decine di chilometri, alzare l’offerta d’indennizzo che, a Betel, c’è chi è pronto a mettere a disposizione la propria tenuta. Prima è un certo Tiber, il quale, però, resosi conto dell’inadeguatezza del proprio terreno, presenta gli organizzatori a Max Yasgur, un allevatore in possesso di oltre 600 acri, affittati per ben 75.000 dollari.
La notizia del festival circola già prima della firma con gli organizzatori che, per altri 25.000 dollari, affittano alcune tenute adiacenti, così da aver ancor più spazio a disposizione. Tutto questo, comunque, attendendo 50.000 persone. In pratica, il più grande raduno hippye della storia, inno alla libertà, alla mancanza d’interessi e all’amore disinteressato, non è altro che una grande operazione di marketing!
Quando arriva domenica, le 16 colonne di amplificatori stanno diffondendo da tre giorni le note dei più famosi artisti rock del momento, con gli spettatori – qualcuno li stima in mezzo milione – intenti ad ascoltare musica, a bere, a tirar di coca (e quant’altro) e ad amarsi, liberamente, quasi animalescamente. Ha iniziato Richie Evans, infiammando la folla, tanto da dover improvvisare. Nasce così il brano Freedom, uno delgi inni della manifestazione. Chiude la giornata dedicata agli artisti folk Joahn Baez, la donna capace di trascinare la gente nelle strade con le sue canzoni di protesta civile, contro la guerra, contro le e contro l’ingiustizia sociale.
Il giorno precedente, a partire da mezzogiorno, gli altoparlanti hanno ripreso a raccontare le loro storie di chitarre distorte, voci grintose, al limite dello sgraziato e ritmi spesso compulsivi. Questa domenica 17 agosto inizia prima ancora della fine della seconda giornata di esibizioni, nella quale si sono distinti i vari Carlos Santana, Jamis Joplin, i Creadence Clearwater Revival, con gli Who, saliti sul palco alle 4 del mattino dopo un litigio per una questione pare di soldi, pronti ad accoglere il nuovo giorno, seguiti dagli Jefferson Airplains.
In teoria, la domenica dovrebbe chiudere il festival, ma l’atmosfera è troppo “bella” perché tutto finisca, pertanto si proseguirà un giorno oltre. Si parte con Joe Coker, preceduto dai brani strumentali della “The Grease band”. Chiude il tutto Jimmy Hendrix, la cui esibizione rappresenta probabilmente il momento più alto dell’intera manifestazione, esempio di convivenza al di fuori delle regole. Nonostante i problemi logistici,le strutture rivelatesi insufficienti e, ad un certo punto, la scarsità di cibo, tutto fila liscio. Rimarranno nel ricordo, come aspetto negativo, solo i grandi ingorghi stradali attorno alla location.
Questo accadeva dall’altra parte del mondo domenica 17 agosto 1969, una domenica destinata a fungere da sparti acque.

19 maggio 1991: I “RAGAZZI DI BOSKOV” DIVENTANO FINALMENTE GRANDI!

Mancano pochi minuti alle 18 di un’assolata domenica di maggio quando a Genova scoppia il finimondo! È appena terminata la partita tra la Sampdoria e il Lecce col rotondo successo dei padroni di casa per 3 a 0. E allora? La formazione blu cerchiata è appena diventata Campione d’Italia con una giornata d’anticipo. È il coronamento di un sogno per una società partita con grandi ambizioni al momento della sua fondazione nell’immediato dopoguerra, per accontentarsi di un ruolo da provinciale negli anni sessanta e settanta, fino alla retrocessione nel 1977. Iniziano qui anni difficili fino all’arrivo alla presidenza del petroliere Paolo Mantovani nel 1978.
L’inizio non è dei migliori con tre campionati grigi, rischiando in qualche momento il crollo in serie C1. Tutto cambia nell’estate del 1981, quando Mantovani decide di puntare direttamente alla promozione nella massima serie, allestendo una formazione di tutto rispetto. La ricetta è semplice: soldi e scambi azzeccati: la stella Alviero Chiorri, ad esempio, viene ceduto in prestito al Bologna in cambio degli esperti Salvatore Vullo e Salvatore Garritano. La dirigenza, per altro, compie un altro capolavoro acquistando dal Como il giovane e promettente difensore Pietro Vierchowood, già nel giro della nazionale. Il giocatore, in lizza per una maglia aagli imminenti mondiali di Spagna, non vorrebbe scendere di categoria. Viene accontentato: andrà in prestito alla Fiorentina in cambio dell’esperto difensore Giuseppe Guerrini, dell’attaccante Ezio Sella e del centrocampista Andrea Manzo. Da Ascoli, in cambio della comproprieta di Gian Luca De Ponti, arrivano i protagonisti del fantastico quinto posto 1979-80 Alessandro Scanziani e Gianfranco Bellotto. Completano la spesa il portiere Paolo Conti, ceduto al Verona in cambio di Claudio Garella, l’ala Paolo Rosi e Nicola Zanone, capace di trascinare l’Udinese alla salvezza in serie A realizzando ben 8 gol, pur essendo giunto in Friuli solo a novembre. La cavalcata non è trionfale in un campionato duro e combattuto dalla prima all’ultima giornata, con ben sette formazioni in lizza per il salto di categoria, ma alla fine i doriani festeggiano assieme a Verona e Pisa.
Giunto in serie A, il Presidente Mantovani appronta un piano di rafforzamento per ottenere qualche cosa di più che una salvezza tranquilla. Innanzitutti non si lascia scappare l’irlandese William Brady, appena scaricato dalla Juventus, nella quale è stato protagonista degli ultimi due scudetti vinti. Successivamente mette a segno il colpo destinato a segnare un’epoca: a suon di miliardi vince l’asta per il talento del Bologna Roberto Mancini. Il diciottenne attaccante jesino giunge in Liguria in cambio di una robusta contropartita tecnica ed in denaro. E il neo campione del mondo Pietro Vierchowood? Questa volta viene mandato a Roma in prestito, in cambio dell’arrivo, sempre in prestito, degli esperti Dario Bonetti e Domenico Maggiora. In piena estate, poi, il tutto si completa con l’acquisto della stella inglese Trevor Francis, reduce da un buon mondiale disputato con la sua nazionale e, apparentemente, recuperato da una serie di gravi infortuni che ne hanno compromesso l’entrata definitiva tra i grandissimi del calcio. La squadra lotta per tutto il campionato per un posto UEFA, ma alla fine è solo settimo posto con una serie di grandi prestazioni. Tanto basta a Mantovani per non mollare la presa. Inizia una serie di campagne acquisti che portano in Liguria campioni affermati, come i vari Souness, Briegel, Katanec, Dossena e Cerezo e grandi promesse comeMoreno Mannini, Luca Fusi e soprattutto Gian Luca Vialli. Non mancano gli incidenti di percorso, come i miliardi spesi per l’ingaggio dal Catanzaro di Giuseppe Lorenzo nel 1985, un lungagnone incapace di mantenere le promesse. Intanto iniziano ad arrivare i successi: la prima Coppa Italia conquistata a spese del Milan nel 1985, seguita da altri due successi nella stessa competizione nel 188, a spese del Torino e nel 1989, a spese del Napoli. La Samp si fa notare anche in Europa, perdendo una finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona nell’89, conquistando quella dell’anno seguente contro i belgi dell’Anderlecht. La squadra ha i mezzi tecnici per cucirsi lo scudetto sulle maglie, ma, puntualmente, nei momenti topici manca l’appuntamento.
La stagione 1990-91 parte con le scorie fisiche e morali lasciate dal mondiale appena concluso. Gian Luca Vialli, atteso come grande protagonista, è uscito con un menisco a pezzi e col morale a terra. Il suo gemello di reparto, Roberto Mancini, è uscito rabbioso da una manifestazione in cui non ha disputato nemmeno un minuto, guardando tutte le partite dalla tribuna, nonostante l’infortunio all’amico e l’accantonamento di Andrea Carnevale, dopo il gestaccio al tecnico Vicini, colpevole di averlo sostituito durante la gara con gli Stati Uniti.
Come al solito, la Samp parte alla grande, attendendo il rientro di Vialli e trascinata da un Mancini finalmente decisivo. La stella marchigiana segna, inventa e si comporta da vero leader. Emblematico è quanto accade alla nona giornata sul terreno di Napoli, quando il “Mancio” lascia all’amico rientrante Gian Luca Vialli la soddisfazione di firmare la rete del 4 a 1, gesto che a molti ha ricordato quanto fatto due anni e mezzo prima sullo stesso terreno da Ruud Gullit con Marco Van Basten. A fine anno, poi, i doriani strapazzano l’Inter nello scontro diretto. Sembra l’anno buono, ma puntualmente arriva il calo: la domenica successiva i blu-cerchiati vengono sconfitti in casa dal Torino, per poi uscire battuti anche dal terreno di Lecce. È il punto più basso della stagione: dopo il pareggio casalingo con la Lazio del duo Riedle-Ruben Sosa, Mancini e compagni si esibiscono in un incredibile crescendo rossiniano. La squadra non conosce sconfitte, battendo puntualmente le dirette rivali: prima la Juventus per 1 a 0, successivamente il Milan (2 a 0), per finire con l’impresa di Milano del 5 maggio, con la quale ha praticamente stromesso l’Inter dalla corsa. Un punto a Torino ed ora serve solo un pareggio contro il Lecce in lotta per non retrocedere. I maligni hanno qualche dubbio circa la tenuta dei ragazzi di Boskov che, come detto in apertura, disputano una gara autoritaria, chiudendo il conto in mezz’ora, prima di iniziare un lunghissimo conto alla rovescia.
Dopo 67 anni lo scudetto torna a Genova, ma sull’altra sponda del Bisagno. Vince la Samp, una piccola capace di programmarsi come una grande. Lo scudetto doriano, infatti, non è un evento estemporaneo come quello del Verona di Bagnoli, per dirne una, ma rappresenta l’apice di un ciclo vincente, di una formazione capace di ottenere altri successi, come la finale di Coppa dei Campioni nel 1992, persa solamente ai supplementari contro il Barcellona e la Coppa Italia nel 1994, all’indomani della scomparsa del Presidente Paolo Mantovani.
Questo è quanto accade il 19 maggio 1991, quando un gruppo di eterni ragazzi diventa definitivamente grande!

DOMENICA 12 MAGGIO 1974 E 1985: LAZIO E VERONA NELLA LEGGENDA

Un giorno per due domeniche davvero particolari per il calcio italiano. Due domeniche ed un unico destino: l’entrata nella leggenda del “Dio Pallone,” qualunque sia stato il proseguio della storia. Protagoniste del nostro tuffo nel passato sono la Lazio di Tommaso Maestrelli, divenuta Campione d’Italia proprio il 12 maggio 1974 e il Verona di Osvaldo Bagnoli, uguale destino esattamente undici anni più tardi. Andiamo in ordine cronologico.
Splende il sole sull’Italia chiamata alle urne per decidere se mantenere o meno la legge che consente il divorzio. Comunque vada, sarà una data storica, in quanto è in ballo la primazia della concezione clericale: vincessero i si, quindi l’abrogazione delle norme, si riaffermerebbe il potere religioso; vincessero i no, sarebbe la fine dello “stato confessionista” in profonda crisi fin dal 1968. Mentre la campagna referendaria tocca l’apice della sua asprezza, un gruppo tanto strampalato, quanto vincente, sta incantando l’Italia. È la Lazio di Tommaso Maestrelli, ex centromediano di buona levatura negli anni quaranta, capace di fare di un manipolo di prime donne un team vincente. Ci sono almeno quattro leader, tutt’altro che amici fuori dal campo, ma pronti a mettere da parte gelosie e rivalità ogni domenica per due ore, quelle necessarie per battere gli avversari. Il portiere Felice Pulici si erge a baluardo insuperabile di una difesa diretta magistralmente dall’avvocato Giuseppe Wilson. A centrocampo l’infinito dinamismo del biondo Luciano Re Cecconi si mette al servizio delle geometrie di Mario Frustalupi, mentre il genio della promessa Vincenzo D’Amico fa da carburante al duo Chinaglia-Garlaschelli a segno con una regolarità impressionante.
Serve un punto alla Lazio per coronare un sogno e raggiungere un traguardo mancato quando a vestire di bianc’azzurro erano fuoriclasse del calibro di Silvio Piola, Vittorio e Lucidio Sentimenti, Lorenzo Burini ed Arne Selmosson. Avversaria di turno è il Foggia, l’ex società del tecnico Tommaso Maestrelli e Luciano Re Cecconi, autrice di un girone d’andata concluso nelle posizioni di vertice, prima di finire invischiata in una lotta salvezza più cruenta che mai. Dietro resiste solo la Juventus, la quale spera in un crollo dei Capitolini per riconfermarsi Campione d’Italia per il terzo anno consecutivo, magari in volata come nelle due precedenti occasioni.
Tutti in campo alle 16,00. La Juventus parte a spron battuto contro il Cagliari, con Pietro Anastasi, uno che ogni settimana deve contendere una maglia a gente che si chiama Josè Altafini e Roberto Bettega, spietato cannoniere. La Lazio, invece, sembra contratta. La sconfitta di sette giorni prima rimediata sul terreno del Torino si fa sentire, come per un maratoneta che sta percorrendo gli ultimi 195 metri guardandosi indietro. Al termine della prima frazione di gara nulla è ancora deciso: la matematica non dà ancora ragione agli uomini del presidente Umberto Lenzini. Si torna in campo alle 17,00 e un quarto d’ora più tardi il destino si compie. C’è un calcio di rigore per la Lazio; sul dischetto si presenta bomber Chinaglia, il quale non fallisce. Il resto è accademia, con un Foggia incapace di reagire agli eventi e pronto ad assistere all’incoronazione dei nuovi campioni. Inizia così la festa per la “squadra con la pistola”, mentre il popolo decreta la fine dell'”Italietta confessionista”.
Trascorrono undici primavere, nuove elezioni, questa volta meno epocali, trattandosi di normali turni amministrativi, ma stesso scenario. Con un pareggio il Verona diventa Campione d’Italia. Solo un pazzo, in estate, avrebbe potuto pronosticare un epilogo simile, nella stagione degli acquisti ultra miliardari dei vari Maradona, Rumenigge e Socrates. Invece i veneti, facendo immediatamente provare al divino Maradona la durezza del campionato italiano, s’involano verso la leggenda per merito di un gruppo granitico, che ha fatto della coesione dentro e fuori dal campo il proprio punto di forza. Non splende il sole sull’Italia domenica 12 maggio 1985, ma ciò non impedisce a migliaia di veronesi di raggiungere Bergamo, per assistere alla probabile incoronazione dei giallo-blu a campione d’Italia. La gara inizia alle 16 con un primo tempo combattuto che vede prevalere l’Atalanta per 1 a 0. Dietro si spera, ma 8 minuti dopo l’inizio della ripresa, il danese Preben Elkjaer realizza la rete del pareggio. A questo punto in tutti prevale la voglia di festeggiare. L’Atalanta, reduce da un ottimo campionato di centro classifica, non affonda e l’ultima mezz’ora si trasforma in un’infinita passerella per un gruppo destinato a scrivere una pagina di calcio irripetibile. Pochi minuti prima delle 18 a Bergamo e a Verona, con la celebre Piazza Bra gremita di tifosi, esplode una festa destinata a durare una settimana, con l’apoteosi prevista per la gara casalinga contro l’Avellino.
Due domeniche simili per due tifoserie poco avvezze al successo. La storia racconterà di altri momenti di gloria per i tifosi della Lazio, mentre gli scaligeri vivranno periodi davvero bui, culminati con una retrocessione in serie C1, rischiando addirittura la discesa nella quarta serie nazionale.

5 maggio 2002: CHE DOMENICA BESTIALE!

5 maggio 2002: David Trezeguet capocannoniere del campionato 2001-02 con la Juventus campione d'Italia a spese dell'Inter.

La vigilia della resa dei conti

Si giunge a questo 5 maggio con un campionato totalmente aperto: in testa con Inter, Juventus e Roma in lizza per lo scudetto; in zona Champions League con Milan, Chievo e Bologna a caccia del quarto posto utile; e in coda, con Brescia e Piacenza che tentano di salvarsi a spese del Verona, crollato clamorosamente nell’ultimo quarto di stagione.

Il programma prevede la trasferta dell’Inter sul terreno della Lazio, che non ha nulla da chiedere a questa stagione, nonostante un organico di primo livello; quella della Juventus a Udine, con i friulani già salvi; mentre la Roma chiude a Torino. In coda, il Piacenza tenta l’aggancio al Verona in un drammatico scontro diretto, mentre il Brescia affronta in casa il Bologna, in lotta per un posto nell’Europa che conta. Milan e Chievo, impegnate rispettivamente con Lecce ed Atalanta, due formazioni che hanno già ottenuto tutto da questa stagione, stanno a guardare.

La vigilia non è priva di polemiche e illazioni: le tifoserie di Lazio e Inter sono gemellate e qualcuno teme che i milanesi troveranno poca resistenza all’Olimpico. D’altra parte, però, nemmeno Udinese e Torino, matematicamente salve, rappresentano ostacoli insormontabili. Tant’è: qualcuno afferma che a pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia. E invece?

I novanta minuti che cambiano la storia

Pronti e via e Trezeguet porta immediatamente in vantaggio la Juventus, ora prima. Passano nove minuti e Alessandro Del Piero mette il risultato in cassaforte. Trascorre un minuto e Cristian Vieri, in un momento di forma strepitoso, porta in vantaggio l’Inter, facendo impazzire di gioia le migliaia di tifosi giunti a Roma, nella speranza di poter festeggiare uno scudetto assente da 13 anni.

Al 19′, però, la Lazio perviene al pareggio grazie ad una rete dell’ala destra Karel Poborský. I fantasmi sembrano svanire cinque minuti più tardi, quando il romano Luigi Di Biagio riporta avanti i suoi.

In quest’assolata domenica di maggio, però, non si vive di solo scudetto. Al 27′ il centrocampista Sergio Volpi porta in vantaggio il Piacenza nello scontro diretto col Verona. A piangere sono i tifosi del Brescia, che vedrebbero retrocedere la propria squadra, al termine di una stagione segnata dall’infortunio di Roberto Baggio, dalla scomparsa di Vittorio Mero e dalla squalifica di Pep Guardiola.

Passano 16 minuti e Jonathan Bachini riaccende le speranze del Brescia. Col Bologna in difficoltà nella corsa europea, il Milan tira un sospiro di sollievo, soprattutto quando Massimo Ambrosini realizza il 2-0 contro il Lecce.

Prima dell’intervallo succede l’incredibile: il terzino Vratislav Greško perde un pallone sanguinoso, permettendo al connazionale Poborský di firmare la doppietta. L’Inter rientra negli spogliatoi con la paura negli occhi, mentre la Juventus intravede l’impresa.

Secondo tempo

Due giri d’orologio e il Piacenza si porta sul 2-0 grazie al rigore trasformato da Dario Hübner. Poco dopo Andriy Shevchenko chiude la partita del Milan contro il Lecce, mentre il Brescia trova il gol con Luca Toni, avvicinando la salvezza.

A Roma, però, arriva il colpo decisivo: l’ex Diego Pablo Simeone, lasciato andare frettolosamente nell’ambito che ha portato a Milano Cristian Vieri, segna il gol che manda in frantumi i sogni dell’Inter. I nerazzurri crollano e, al 68′, arriva anche la rete di Antonio Cassano per la Roma. Ora l’Inter ha perso anche il secondo posto utile per evitare i preliminari di Champions’ League.

Nel finale di questo turno da cardiopalma Roberto Baggio chiude i conti a Brescia, mentre Simone Inzaghi firma il definitivo 4-2 per la Lazio, una rete buona per le rime, alla sregua del celeberrimo coro dei tifosi dell’Hellas: “20 maggio ’73 Verona-Milan 5 a 3”<.<

A Piacenza, intanto, Dario Ubner realizza la propria doppietta personale certificando la salvezza dei suoi e la retrocessione del Verona. Per il bisonte triestino arriva l’aggancio a David Trezeguet in vetta alla classifica marcatori 2001-02

Restano le lacrime di Ronaldo, simbolo della disfatta dell’Inter, mentre ad Udine la Juventus festeggia.

Conclusioni