IL RITORNO AL MILAN, LA CONQUISTA DEL MONDO E LA “FATAL VERONA”

Nel 1967 Nereo Rocco viene richiamato al Milan. Trova un ambiente completamente da ricostruire in quanto reduce da due campionati deludenti e da gravissimi problemi societari. Sulla tolda di comando, però, c’è la famiglia Carraro, persone dalle idee molto chiare. La prima campagna acquisti non è faraonica, ma sistema molti problemi. Rocco si accontenta dell’acquisto del vecchio Kurt Hamrin, del portiere suo conterraneo Fabio Cudicini, del difensore Saul Malatrasi e di una ventunenne ala sinistra toscana, tale Pietro Prati. Trova persone come Giovanni Lodetti, Giovanni Trapattoni e Gianni Rivera che lui aveva lasciato ragazzini e che ora sono diventati uomini. Con l’asso alessandrino, in particolare, stabilisce un rapporto che va oltre quello tra allenatore e giocatore. Considera Rivera come il suo terzo figlio o, come dirà più volte

Su di lui costruisce la squadra: quattro difensori bloccati dietro, protetti da una cerniera formata da Lodetti e Trapattoni che hanno il compito di recuperare palloni per consegnarli a Rivera il quale avrebbe dovuto innescare uno tra Hamrin, Sormani o Prati. “El Giani” ha l’unico compito di inventare calcio, libero da qualsiasi consegna tattica. Con questo modulo vince tutto quello che c’è da vincere dal 1967 al 1969, terminando il ciclo con la Coppa Intercontinentale nella battaglia di Buenos Aires contro l’Estudiantes. Rivera è consacrato “pallone d’oro” e Rocco diventa l’allenatore più famoso del mondo. È in questo momento di estrema gloria che si fa rivedere il grande animo del tecnico giuliano il quale ha un pensiero per le squadre della sua gioventù ora relegate nelle serie inferiori.

chiede al giornalista che lo sta intervistando.

Chi scrive ha potuto sentire Rocco solo in qualche intervista registrata. Mi è sempre stato descritto come uomo rozzo, incapace di parlare, invece l’ho trovato spigliato, con un forte accento triestino, ma chiaro e corretto il che lascia intravvedere pure una certa cultura di base.

Raggiunto il massimo, Rocco ha la capacità di tener alta la tensione garantendo al Milan altre stagioni a grandissimo livello. Per far ciò c’è bisogno di un certo rinnovamento. Arriva tale Romeo Benetti, il nuovo scudiero di Rivera al quale deve far posto Giovanni Lodetti ceduto alla Sampdoria in modo umanamente discutibile. Probabilmente la conclusione del suo rapporto col fortissimo mediano milanese è l’unico neo di una carriera che, dal punto di vista dei rapporti interpersonali è stata presso che perfetta. Ne sa qualche cosa anche la nazionale. Nel 1970 si decide di lasciare a casa proprio Lodetti per portare Boninsegna. Rivera insorge, minaccia di abbandonare la spedizione, ma Rocco vola in Messico e riesce a calmare il suo pupillo.

Le tre stagioni che seguono sono ricche di polemiche e grandi delusioni. Comunque non mancano le grandi affermazioni. Il Milan cerca lo scudetto della stella e manca l’obbiettivo nel 1971 quando si fa rimontare quattro punti di vantaggio dall’Inter e perde anche la finale di Coppa Italia contro il Torino. L’anno successivo è ancora secondo posto tra le polemiche per gli arbitraggi sfavorevoli che costano a Rivera ben dieci giornate di squalifica. Ci si consola comunque con la Coppa italia.

Il 1973 è un anno ahimè storico per Rocco e il Milan. La squadra va che è una meraviglia in Italia ed in Europa. L’innesto della talentuosa ala Luciano Chiarugi ha dato i frutti sperati e i rossoneri lottano su tutti e tre i fronti. A Alla 26a giornata il Milan si reca sul campo della Lazio con la dote di due punti di vantaggio. I capitolini partono alla grande e si portano in vantaggio per 2 a 0. All’inizio della ripresa Rivera accorcia le distanze, il Milan lotta e perviene al pareggio nei minuti finali con Chiarugi. L’arbitro Concetto Lo Bello annulla il gol per un fuorigioco inesistente. Milan sconfitto e raggiunto in vetta dalla Lazio e Juventus di nuovo in corsa. Negli spogliatoi Rocco è furibondo e rimedia una lunga squalifica. La lotta è serrata, ma la squadra appare stanca. Comunque giunge in finale di Coppa delle Coppe. Nella bolgia di Salonicco Chiarugi porta in vantaggio i rossoneri, il portiere Vecchi fa miracoli e il 16 maggio il Milan conquista la seconda coppa delle coppe della sua storia. Il viaggio di ritorno è da tregenda. Rocco invita la società a chiedere il posticipo dell’ultima gara col Verona già salvo, ma i dirigenti rosso-neri non sentono ragione.

È una splendida giornata di sole quel 20maggio e lo stadio Bentegodi e tappezzato di rosso-nero. Sembra l’ambiente ideale per una festa, il Milan parte alla grande, ma dopo 20 minuti crolla. In men che non si dica i padroni di casa si trovano sul 3 a 0, Rosato illude tutti segnando alla fine del primo tempo, ma nella ripresa il punteggio assume proporzioni umilianti. Rocco, in tribuna fuma e bestemmia, non può far nulla per i suoi ragazzi e deve assistere alla fine del sogno. Alla fine è 5 a 3 e tanti saluti scudetto! A poco serve la conquista della Coppa Italia sulla Juventus reduce dalla delusione di Belgrado in cui ha lasciato la Coppa dei Campioni nelle mani dell’Ajax.

Bisogna ricostruire l’ambiente, soprattutto nel morale, ma l’impresa non riesce e nel 1974 il Milan giunge settimo e perde la finale di Coppa delle Coppe coi tedeschi orientali del Magdeburgo.

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