EDISON ARANTES DO NASCIMENTO “PELÈ”

Il 23 ottobre 1940, mentre il mondo sta apprestandosi a vivere la più tremenda catastrofe umana della storia, sotto forma di una terribile guerra mondiale, nel piccolo villaggio di Cres Coreço, viene alla luce un bambino destinato a far sogniare milioni di altri bimbi. Immediatamente i genitori gli danno un nome che, a loro modo di vedere, deve essere segno di portatore di luce: Edison, in onore dell’inventore della lampadina elettrica Thomas Edison.

Per aiutare la famiglia, che vive in uno stato di miseria, il piccolo Edison svolge svariati lavori umili come ad esempio quello di lustra scarpe. Il padre, ex calciatore la cui carriera è stata stroncata da un grave infortunio, gli consiglia di giocare a pallone per guadagnarsi da vivere. Edison lo prende in parola e, costruendo dei palloni con vecchi stracci o con vecchi calzini, inizia a giocare nelle strade del proprio quartiere. Entra a far parte della squadra locale di cuidiventa titolare. A 15 anni viene notato da un osservatore del Santos il quale lo fa ingaggiare affermando che in futuro diventerà il più grande giocatore di tutti i tempi.

Dopo un anno trascorso nelle giovanili, viene aggregato alla prima squadra nella quale fa il suo esordio nell’ottobre del 1956 in un’amichevole nella quale segna anche un gol.

Le disavventure di cui è vittima la stella della squadra Emanuele Del Vecchio, costretto a trasferirsi in Italia per sfuggire alla giustizia brasiliana che lo accusa di omicidio, gli consentono di trovare una maglia da titolare. Per altre 18 stagioni, la maglia numero 10 del Santos sarà costantemente sulle sue spalle. Nel luglio del 1957 esordisce con la maglia della nazionale brasiliana in un incontro perso con l’Argentina.

L’anno successivo arriva la notorietà internazionale: il commissario tecnico Feola decide di portarlo in Svezia dove si disputano i campionati mondiali di calcio. Il Brasile dei vari Didì, Vavà, Garrincha e Altafini è una delle grandi favorite. Contro l’Unione Sovietica scende in campo al posto dell’infortunato Vavà, mentre nella gara successiva è Josè Altafini a lasciargli il posto. Il ragazzino ci sa fare: è dotato di una progressione impressionante e i suoi dribling fanno ammattire i difensori avversari. Non bastasse, il giocatore, nonostante la statura non elevata, è dotato di un incredibile stacco di testa che ne fa un attaccante completo. Contro i britannici insacca un gol meraviglioso che dischiude ai suoi le porte delle semifinali. Di fronte c’è la Francia dei vari Raimond Kopa e Just Fontaine, ma i transalpini nulla possono contro il talento dei verde oro e soprattutto di questo ragazzino capace di infilare una tripletta.

Ormai è una stella internazionale e le due reti rifilate alla Svezia contribuiscono a proiettarlo nella leggenda a soli 18 anni.

Raggiunta la notorietà internazionale, il giovane Pelè ha il merito di non montarsi la testa e continua a progredire tecnicamente e soprattutto tatticamente. La sua capacità di calciare indifferentemente sia di destro, sia di sinistro, lo facilita nella costruzione del gioco, facendone un incredibile uomo assist. Col Santos vince tutto quello che c’è da vincere, coppa intercontinentale compresa e si presenta al mondiale cileno del 1962 con le credenziali di stella assoluta.

L’edizione iridata è funesta per lui: un grave infortunio subito contro la Cecoslovacchia lo toglie di scena nelle fasi eliminatorie, ma per lui c’è ancora il tempo per andare a referto.

Terminato il mondiale, vinto ancora una volta dal Brasile, Pelè diventa l’oggetto del desiderio dei grandi club europei. Real Madrid prima, ed Inter poi, sono ad un passo dal concludere la trattativa, ma il governo locale lo dichiara “monumento nazionale” e ne blocca la dipartita.

Con Pelè il Santos diventa una sorta di Harlem Glob Trotter del calcio, pronta a girare il mondo per disputare gare amichevoli ottimamente retribuite allo scopo di incantare gli appassionati di questo sport. Pelè è un mito che varca i confini brasiliani e nemmeno l’incolore mondiale disputato in Inghilterra nel 1966, nel quale riporta un altro grave infortunio, ne scalfisce l’immagine. La leggenda narra che nel 1967 due fazioni nigeriane in guerra tra loro abbiano deposto le armi per seguire l’incontro che il Santos doveva giocare a Lagos.

Nonostante avesse giurato di non giocare mai più una gara di un mondiale l’asso brasiliano si presenta in perfetta forma all’appuntamento con l’edizione del 1970 organizzata in Messico. Fin dalle prime battute è chiaro che il numero 10 sarà il grande protagonista della competizione. Realizza gol e soprattutto manda a segno tutti i compagni di reparto in una prima linea fantastica che consegna al Brasile il suo terzo titolo iridato e, di conseguenza, la Coppa Rimet.

Ora Pelè è l’indiscusso numero uno del calcio mondiale “Orei”. Ha già realizzato oltre mille reti in altrettanti incontri e tanta attività inizia a farsi sentire. Nel 1974, alletà di 34 anni, decide di abbandonare l’attività agonistica. Rimane un anno lontano dai campi da gioco fino a quando i Cosmos di New York, a suon di dollari e con la promessa di farlo diventare un autentico personaggio negli Stati Uniti, riescono a convincerlo a rientrare in gioco.

In America trova vecchi amici ed avversari come Franz Beckembauer e Giorgio Chinaglia con i quali vince il campionato prima di smettere definitivamente nel 1977, dopo di che per lui vi sono alcune comparsate in qualche garad’esibizione. Chi scrive ha avuto la fortuna di vederlo in due di questi incontri: uno disputato nel 1980 al Maracanà nel Flamengo del grande Zico, suo erede designato in una gara contro l’Atletico Mineiro organizzata per raccogliere fondi da devolvere alle regioni di Minas Jerais colpite da una terribile alluvione e l’altro nel 1982 nel quale, in una selezione mondiale, ha affrontato una europea in cui giocavano i neo campioni del mondo Dino Zoff, Marco Tardelli, Giancarlo Antognoni e Paolo Rossi.

La corsa non era più quella dei tempi d’oro, ma il tocco di palla ….

Abbandonata l’attività calcistica Pelè ha avuto il merito di riuscire a ritagliarsi una posizione che gli ha impedito di lasciarsi andare come accaduto ad altri campioni. Ha saputo costruirsi un immagine spesa in varie battaglie umanitarie. Per un periodo è stato anche ministro dello sport vivendo una vita che di certo non gli ha fatto rimpiangere la ribalta di quando indossava maglietta e calzoncini.

Tutte le maggiori istituzioni internazionali lo hanno insignito del titolo di giocatore del secolo.

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