Italia-Germania Ovest è stata davvero la Partita del Secolo? O, meglio: basta mezz’ora per lasciare un segno indelebile nell’immaginario collettivo? In fin dei conti i novanta minuti regolamentari raccontano di una squadra passata in vantaggio precocemente, intenta a respingere gli attacchi di un avversario che cerca di evitare la sconfitta, centrando l’obiettivo all’ultimo respiro.
Però, se stiamo ai risultati dei motori di ricerca, quando si inserisce semplicemente la data, la risposta è netta. Inappellabile. Quanto stabilito da alcune giurie trova piena conferma. Pertanto la targa commemorativa posta sullo stadio Azteca è lì a ricordare un evento. L’evento destinato a cambiare la percezione del calcio.
E fa ancor più male sapere che una delle protagoniste mancherà dal mondiale per la terza volta consecutiva!
La partita che non smette di essere raccontata
In tanti hanno raccontato quell’Italia-Germania 4-3. Sono stati scritti saggi, libri, addirittura un film! La sequenza delle reti la mandiamo a memoria: Boninsegna, Schnellinger, Müller, Burgnich, Riva, ancora Müller, infine Rivera. La sortita in area di Karl-Heinz Schnellinger, la rabbia di Albertosi e la freddezza di Rivera sono immagini entrate nella leggenda, racconti da consegnare alle antologie delle memorie sportive. Eppure ogni 17 giugno il rito si ripete, quasi come una celebrazione nazionale.
Eppure quel mercoledì di metà giugno del 1970 sembrava un giorno come tanti. È vero: per gli appassionati di calcio l’appuntamento era ghiotto. Dopo trentadue anni la nazionale lottava per tornare in finale mondiale. Dopo la netta vittoria sul Messico la fiducia era aumentata: il bomber Gigi Riva si era sbloccato. Insomma: i tedeschi saranno anche forti, ma noi siamo pur sempre Campioni d’Europa in carica. E poi, dalla panchina, facciamo alzare un certo Gianni Rivera. Il Pallone d’Oro.
La partita è programmata nella tarda serata italiana, dopo una giornata di lavoro. Dopo le ormai usuali notizie di scioperi, tensioni studentesche e dopo gli altrettanto usuali dibattiti sul divorzio tra favorevoli e contrari.
Alle dieci di sera tutto va in secondo piano. Nelle case, nei bar e nei ritrovi, dagli schermi ancora in bianco e nero arrivano le immagini della partita, con la voce lontana di Nando Martellini a raccontarne le gesta.
Novanta minuti quasi normali
In breve l’Italia passa in vantaggio con Roberto Boninsegna e resiste agli assalti teutonici guidati da Franz Beckenbauer. Nemmeno la lussazione a una spalla lo ferma. I tedeschi tirano, sbagliano, imprecano per qualche decisione arbitrale controversa.
Arriva il novantesimo, il novantunesimo. La lancetta compie un altro giro e mezzo quando Karl-Heinz Schnellinger decide di abbandonare la propria area di rigore e portarsi nei pressi della porta difesa da Albertosi. Realizza la rete della vita. A Rivera, suo compagno nel Milan, dirà di essere andato lì perché l’area di rigore italiana era più vicina agli spogliatoi.
Ci piace raccontarla così. Ci piace raccontarci di aver subito il classico colpo di fortuna di qualcuno che ricorderà quell’evento come unico. In troppi, però, non vogliono rammentare che il buon Schnellinger, ai tempi del Mantova, si segnalava anche per saper buttare la palla nella rete avversaria. Un Briegel ante litteram!
I trenta minuti che fanno la storia
Sia come sia, il buon “Volkswagen” – così lo conoscono – costringe tutti a correre per un’altra mezz’ora a duemilatrecento metri sopra il livello del mare. Gli azzurri sembrano sulle gambe: è stata una doccia fredda, per nulla benefica.
Quel satanasso di Gerd Müller mette la firma. Ora sì che è dura. Quando si inizia a mentalizzare la situazione ecco che un altro decide di attraversare il campo. Lui sì che non è troppo avvezzo a farlo! Tarcisio Burgnich fa ciò che di solito fa il compagno di club Giacinto Facchetti: raccoglie un centro di Rivera e segna! Una rarità per lui. Un evento che cambia le partite.
In effetti, quando il tempo sta per scadere, “Gigirriva” mette la sua firma nel tabellino. Vendetta è fatta: chi di ultimo istante ferisce, di ultimo istante perisce. Peccato che manchi ancora un quarto d’ora. Peccato che gli schemi siano ormai saltati.
La Germania riparte. ‘Sti tedeschi non ne vogliono sapere di starsene buoni! C’è un calcio d’angolo: la palla passa sopra Gianni Rivera, improvvidamente piazzato a difesa del palo. Uwe Seeler addomestica la sfera per Müller, il quale non può far altro che trafiggere Albertosi.
“Ricki” la prende male. Tempesta di improperi il povero Rivera, il quale pensa bene di girare alla larga da zone che poco gli competono!
Intanto parte un’azione lunghissima, infinita. Saltano gli schemi e i ruoli predefiniti si invertono. Boninsegna serve Rivera – dovrebbe essere il contrario –; il “Gianni”, che evidentemente teme ancora le eventuali conseguenze della sua dabbenaggine negli spogliatoi, riceve, finta mandando a spasso il povero Sepp Maier e lo costringe a raccattare la sfera per la quarta volta nella propria rete.
La freddezza con cui il Golden Boy ha battuto l’estremo difensore tedesco taglia le gambe agli avversari. Provano a rimetterla in piedi, ma gli azzurri difendono come sanno. Basta leggerezze, basta distrazioni: si va alla fine.
Poi è festa, è apoteosi! Il giorno successivo è iniziato da poco più di mezz’ora quando la gente scende in strada. L’Italia è in finale. Per qualche ora divisioni, leggi, crisi e scioperi finiscono nel dimenticatoio. Poco importa che in molte città i giornali non saranno in edicola. I poligrafici sono in agitazione. Ci sono i racconti di chi ha fatto nottata. E ora si affronta il Brasile di Pelé. È vero: quella sarà un’altra storia, ma questa è la storia!
Di qui in avanti il calcio non sarà più lo stesso.
Ecco perché una mezz’ora basta da sola a rendere leggendaria un’altra ora e mezza di normalità sportiva.
