Italia-Germania 4-3: Quando mezz’ora fa la storia

Gianni Rivera protagonista assoluto di Italia-Germania 4-3

La partita che non smette di essere raccontata

In tanti hanno raccontato quell’Italia-Germania 4-3. Sono stati scritti saggi, libri, addirittura un film! La sequenza delle reti la mandiamo a memoria: Boninsegna, Schnellinger, Müller, Burgnich, Riva, ancora Müller, infine Rivera. La sortita in area di Karl-Heinz Schnellinger, la rabbia di Albertosi e la freddezza di Rivera sono immagini entrate nella leggenda, racconti da consegnare alle antologie delle memorie sportive. Eppure ogni 17 giugno il rito si ripete, quasi come una celebrazione nazionale.

Eppure quel mercoledì di metà giugno del 1970 sembrava un giorno come tanti. È vero: per gli appassionati di calcio l’appuntamento era ghiotto. Dopo trentadue anni la nazionale lottava per tornare in finale mondiale. Dopo la netta vittoria sul Messico la fiducia era aumentata: il bomber Gigi Riva si era sbloccato. Insomma: i tedeschi saranno anche forti, ma noi siamo pur sempre Campioni d’Europa in carica. E poi, dalla panchina, facciamo alzare un certo Gianni Rivera. Il Pallone d’Oro.

La partita è programmata nella tarda serata italiana, dopo una giornata di lavoro. Dopo le ormai usuali notizie di scioperi, tensioni studentesche e dopo gli altrettanto usuali dibattiti sul divorzio tra favorevoli e contrari.

Alle dieci di sera tutto va in secondo piano. Nelle case, nei bar e nei ritrovi, dagli schermi ancora in bianco e nero arrivano le immagini della partita, con la voce lontana di Nando Martellini a raccontarne le gesta.

Novanta minuti quasi normali

In breve l’Italia passa in vantaggio con Roberto Boninsegna e resiste agli assalti teutonici guidati da Franz Beckenbauer. Nemmeno la lussazione a una spalla lo ferma. I tedeschi tirano, sbagliano, imprecano per qualche decisione arbitrale controversa.

Arriva il novantesimo, il novantunesimo. La lancetta compie un altro giro e mezzo quando Karl-Heinz Schnellinger decide di abbandonare la propria area di rigore e portarsi nei pressi della porta difesa da Albertosi. Realizza la rete della vita. A Rivera, suo compagno nel Milan, dirà di essere andato lì perché l’area di rigore italiana era più vicina agli spogliatoi.

Ci piace raccontarla così. Ci piace raccontarci di aver subito il classico colpo di fortuna di qualcuno che ricorderà quell’evento come unico. In troppi, però, non vogliono rammentare che il buon Schnellinger, ai tempi del Mantova, si segnalava anche per saper buttare la palla nella rete avversaria. Un Briegel ante litteram!

I trenta minuti che fanno la storia

Sia come sia, il buon “Volkswagen” – così lo conoscono – costringe tutti a correre per un’altra mezz’ora a duemilatrecento metri sopra il livello del mare. Gli azzurri sembrano sulle gambe: è stata una doccia fredda, per nulla benefica.

Quel satanasso di Gerd Müller mette la firma. Ora sì che è dura. Quando si inizia a mentalizzare la situazione ecco che un altro decide di attraversare il campo. Lui sì che non è troppo avvezzo a farlo! Tarcisio Burgnich fa ciò che di solito fa il compagno di club Giacinto Facchetti: raccoglie un centro di Rivera e segna! Una rarità per lui. Un evento che cambia le partite.

In effetti, quando il tempo sta per scadere, “Gigirriva” mette la sua firma nel tabellino. Vendetta è fatta: chi di ultimo istante ferisce, di ultimo istante perisce. Peccato che manchi ancora un quarto d’ora. Peccato che gli schemi siano ormai saltati.

La Germania riparte. ‘Sti tedeschi non ne vogliono sapere di starsene buoni! C’è un calcio d’angolo: la palla passa sopra Gianni Rivera, improvvidamente piazzato a difesa del palo. Uwe Seeler addomestica la sfera per Müller, il quale non può far altro che trafiggere Albertosi.

“Ricki” la prende male. Tempesta di improperi il povero Rivera, il quale pensa bene di girare alla larga da zone che poco gli competono!

Intanto parte un’azione lunghissima, infinita. Saltano gli schemi e i ruoli predefiniti si invertono. Boninsegna serve Rivera – dovrebbe essere il contrario –; il “Gianni”, che evidentemente teme ancora le eventuali conseguenze della sua dabbenaggine negli spogliatoi, riceve, finta mandando a spasso il povero Sepp Maier e lo costringe a raccattare la sfera per la quarta volta nella propria rete.

La freddezza con cui il Golden Boy ha battuto l’estremo difensore tedesco taglia le gambe agli avversari. Provano a rimetterla in piedi, ma gli azzurri difendono come sanno. Basta leggerezze, basta distrazioni: si va alla fine.

Poi è festa, è apoteosi! Il giorno successivo è iniziato da poco più di mezz’ora quando la gente scende in strada. L’Italia è in finale. Per qualche ora divisioni, leggi, crisi e scioperi finiscono nel dimenticatoio. Poco importa che in molte città i giornali non saranno in edicola. I poligrafici sono in agitazione. Ci sono i racconti di chi ha fatto nottata. E ora si affronta il Brasile di Pelé. È vero: quella sarà un’altra storia, ma questa è la storia!

Di qui in avanti il calcio non sarà più lo stesso.

Ecco perché una mezz’ora basta da sola a rendere leggendaria un’altra ora e mezza di normalità sportiva.

Il giorno degli addii

Paolo Maldini un anno prima di dare l'addio al calcio.

C’è il pubblico delle grandi occasioni al Franchi di Firenze domenica 31 maggio 2009. Arriva il Milan: un incontro di cartello, nonostante entrambe le squadre siano già certe di poter accedere alla Champions’ League dell’anno successivo.

In realtà, però, l’attenzione di tutti è rivolta soprattutto a ciò che accadrà dopo il novantesimo minuto. Quella che sta per andare in scena è infatti una domenica di addii, una di quelle giornate destinate a lasciare il segno nella storia recente del calcio italiano.

Paolo Maldini, dopo venticinque stagioni trascorse in maglia rossonera, si appresta a chiudere una carriera irripetibile. Per il capitano del Milan è l’ultima partita da calciatore professionista. Una settimana prima, a San Siro, una parte della tifoseria organizzata gli ha riservato uno striscione polemico che ha lasciato amarezza e discussioni. A Firenze, invece, il difensore riceve il tributo che merita una leggenda del calcio mondiale.

Quando il suo numero viene annunciato e quando lascia il campo, il pubblico del Franchi si alza in piedi per una lunghissima e commossa standing ovation. Applaudono i tifosi rossoneri e quelli viola, uniti nel rendere omaggio ad un campione che ha attraversato oltre vent’anni di storia del calcio italiano e internazionale.

Non è l’unico addio destinato a segnare la fine di un’epoca. In panchina siede per l’ultima volta Carlo Ancelotti, protagonista di uno dei cicli più vincenti della storia milanista. Dopo otto stagioni, una Coppa Italia, uno scudetto, una Supercoppa italiana, una Supercoppa europea, un Mondiale per club e soprattutto due Champions’ League, il tecnico emiliano è pronto a salutare il Milan per iniziare una nuova avventura.

Per Ancelotti si chiude un rapporto che va ben oltre gli anni trascorsi in panchina. La sua storia rossonera era infatti iniziata già negli anni Ottanta da calciatore, al fianco dello stesso Maldini, sotto la guida di Arrigo Sacchi. Insieme avevano contribuito a gettare le basi di quel Milan capace di dominare in Italia, in Europa e nel mondo. Ora, ventidue anni dopo l’inizio di quell’avventura, i due protagonisti salutano contemporaneamente, quasi a voler consegnare definitivamente alla storia l’epopea del Milan degli Invincibili.

E non finisce qui. Quella è anche l’ultima partita in rossonero di Kaká, Pallone d’Oro 2007 e simbolo del Milan del nuovo millennio. Di lì a pochi giorni il brasiliano verrà ceduto al Real Madrid, chiudendo solo momentaneamente una delle storie d’amore più intense tra un campione e il pubblico milanista. Qualche anno più tardi, infatti, tornerà a vestire la maglia rossonera per un’ultima romantica parentesi, accolta con entusiasmo da una tifoseria che non aveva mai smesso di considerarlo uno dei propri beniamini.

Il campo, quasi per rispettare il copione scritto dalla storia, consegna il palcoscenico proprio ai protagonisti di questa giornata speciale. Al 55′ è Kaká a sbloccare il risultato con una delle sue accelerazioni irresistibili. Nel finale arriva anche il raddoppio di Alexandre Pato, su assist dello stesso Kaka, il talento destinato a raccogliere idealmente l’eredità del fuoriclasse brasiliano.

Finisce 2-0 per il Milan. La classifica racconta di una vittoria prestigiosa in trasferta. La memoria, invece, conserverà soprattutto le emozioni di un pomeriggio che segna il passaggio di consegne tra passato, presente e futuro. L’addio di Maldini, la partenza di Ancelotti e quella ormai imminente di Kaká chiudono definitivamente uno dei capitoli più gloriosi della storia rossonera.

15 ottobre 1967: QUANDO LA “FARFALLA” SMISE DI VOLARE

«Non potrò mai dimenticare quella terribile frenata, (Si parla di domenica 15 ottobre 1967) «quella drammatica notte. Il giorno dopo l’incidente molta gente ancora urlava e piangeva. Quando vado a portargli fiori piango anch’io. Vengono tante signore a lasciar­gli garofani rossi sul cippo che è davanti al nostro bar».
Sono le parole della signora Zambon, la proprietaria del bar da dove lui, Gigi Meroni, verso le 21 e 30 di domenica 15 ottobre 1967 ha chiamato la sua Cristiana per farsi aprire il portone di casa, dall’altra parte della strada. Pochi metri che lui non farà in tempo a percorrere: una 124 lo centra mandandolo a sbattere contro una Lancia Aprilia. Un terribile palleggio che stronca la giovane vita di un ragazzo che vuole essere uguale a molti, pur nella sua eccentricità, ma che, quasi suo malgrado, rappresenta ormai un modello per molti giovani del 1967.

15 ottobre 1967

È una domenica d’autunno il 15 ottobre 1967, piovosa, come spesso accade, da trascorrere al caldo dei salotti o, al massimo, in qualche cinema. Per gli appassionati di calcio, dopo la canonica messa domenicale seguita dall’altrettanto usuale pranzo della festa, c’è l’appuntamento con lo stadio o con la radiolina.
Questa domenica giunge al termine di una settimana iniziata con la morte, molti dicono l’esecuzione, di Ernesto Guevara, il medico-guerrigliero sudamericano mito di molti giovani di sinistra, per le sue continue battaglie contro i potenti, la cui morte ha fatto certamente discutere. Alle 14,30 del dì di festa, però, tutto passa in secondo piano: il campionato e i sogni di gloria legati al Totocalcio hanno il sopravvento. Dopo due ore si racconta della Roma capolista, della batosta rimediata dall’Inter a Bergamo e delle larghe vittorie interne del Milan di Gianni Rivera e del Torino di Gigi Meroni, probabilmente i due giocatori più tecnici e discussi della serie A.
Termina così questa domenica comune, con i giovani che salutano le fidanzate e le famiglie che rientrano a casa, dove, dopo cena, a tarda sera, gli uomini potranno gustarsi finalmente le immagini dei gol trasmesse da“La Domenica Sportiva”.

Domenica 15 ottobre 1967 A TORINO

È un dopo cena domenicale come tanti per tutti, eccetto che per gli abitanti di Torino. In Corso Umberto, alle 21 e 30, è stato investito un ragazzo: noh! È il ragazzo: è Gigi Meroni. Le sue condizioni appaiono immediatamente disperate: viene trasportato al Mauriziano dove, venti minuti prima delle 11 di sera, ne viene dichiarata la morte. Con lui c’è Cristiana, la fidanzata che convive con lui da qualche settimana e qualche amico. In città la notizia circola immediatamente, tanto che all’esterno ci sono già migliaia di tifosi e sportivi in lacrime. Il resto del Paese, invece, si gode lo spettacolo delle immagini della giornata sportiva: Enzo Tortora, il conduttore del rotocalco, si rifiuta di dare la notizia in diretta: molti familiari non sono ancora stati avvertiti: lui non ha bisogno della normativa sulla privacy per usare il buon senso!
Solo a partire dalle prime ore del giorno successivo i giornali radio fanno sapere al mondo che il volo della “farfalla” è stato stroncato definitivamente.

15 ottobre 1967: CHI È “GIGI” MERONI E COSA RIMANE DI LUI

Qualcuno col passare degli anni arriva a sostenere che “Gigi” Meroni non è morto; tutt’altro: lui è rinato proprio il 15 ottobre 1967. Senza dubbio quella sera è nato un mito! Al netto delle sue indubbie capacità tecniche, di “Gigi” Meroni, classe 1943 come i grandi Antonio Juliano, “Picchio” De Sisti, Roberto Boninsegna, Roberto Rosato e, soprattutto, Gianni Rivera, non si può non ricordare il suo essere “personaggio”, ma in modo “genuino”, perché Luigi Meroni era e non voleva apparire! Di lui rimangono la sua chitarra suonata in ritiro, il che lo faceva un po’ Ringo Star dei Beatles, la sua Balilla con gli interni gialli e i fanali pitturati d’oro, la sua mansarda, la sua fida gallina portata al guinzaglio e i vestiti che lui stesso disegnava, unitamente alla sua dolcezza e alla sua assoluta dedizione al lavoro. Scrupoloso negli allenamenti e correttissimo in campo, tanto da diventare uno dei giocatori prediletti da Nereo Rocco, che per questo accettava di buon gradole stravaganze “de quel mona de bit”!.
Pure la sua vita privata ha rappresentato fonte di discussioni e polemiche: Cristiana era una donna più grande di lui e per giunta divorziata! Lui, però, è andato ancora oltre! Sempre in modo vero, non come accadra a molti suoi colleghi del futuro, pronti ad atteggiarsi a geni con condotte private e professionali discutibili!

STRAGE DI MONACO 5 SETTEMBRE 1972: È LA FINE DI UN SOGNO


Ci sono giorni destinati ad entrare nei manuali di storia quasi tra l’inconsapevolezza generale; il concetto non vale certamente per questo 5 settembre 1972, consegnato alla memoria collettiva per la Strage di Monaco. Il susseguirsi dettagliato degli eventi lo si trova a partire da questa pagina, qui si cercherà di rivivere, per quanto possibile, l’atmosfera di quella lunghissima giornata.

5 settembre 1972: PROLOGO

La gente sta terminando le ferie d’agosto, ormai non più status simbol, ma quasi un “must”, con le città completamente svuotate e le località marine prese d’assalto da milioni e milioni di villeggianti, che vi trascorrono l’intero mese. Dai juke box e dalle radio risuonano i successi dell’estate: tanta Italia quest’anno, con brani che invitano al viaggio come “Io Vagabondo” dei Nomadi e “Viaggio di un Poeta”, canzone regina – per dirla con la nota perifrasi di Lelio Luttazzi anfitrione dell’ormai consueta trasmissione radiofonica del venerdì Hit Parade – composta da Riccardo Zara, autore negli anni di grandi hit legate a telefilm e cartoni animati e Maurizio Vandelli, uscito da poco dall’Equipes 84. Contemporaneamente si stanno imponendo anche la bella voce di Mia Martini e i suoni duri ricercati della Premiata Forneria Marconi e de’ Le Orme, al momento i principali esponenti del prog nostrano. Questo genere trova la propria consacrazione grazie a gruppi come i Genesis e i Jetro-Tull, ai quali si affianca l’hard rock dei Led Zeppelin e dei Deep Purple, che hanno lanciato sul mercato quelli che, probabilmente sono i loro album più famosi: rispettivamente “Led Zeppelin 4” e “Mashin Head”.


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Contemporaneamente imperversa il dibattito riguardante un nuovo bene di consumo: la Tv a colori. Il piccolo schermo è ormai entrato in quasi tutti i salotti degli italiani: il nuovo apparecchio ne rilancerebbe le vendite. Al governo, però, c’è chi paventa gravi pericoli per i bilanci famigliari ed arriva a bloccare il settore. Ì una beffa (ne raccontiamo qui i contorni) per quei pochi che, prima di partire, hanno installato un Tv color in casa: quattro settimane e poi si torna al bianco e nero!

IL SOGNO PRIMA DEL 5 SETTEMBRE 1972

Al rientro sportivi e non godranno dello spettacolo delle Olimpiadi di Monaco di Baviera. Con l’edizione del 1972 si vuole chiudere con molti eventi del passato: la nazione organizzatrice, vuole far dimenticare l’edizione del 1936, fornendo al mondo l’immagine di un Paese efficiente ed ospitale. Il Comitato Olimpico, dal canto suo, vuol far dimenticare le polemiche del 1968, con un’edizione partita in un clima di guerriglia urbana (con i gravi massacri di Città del Messico) e terminata con le immagini della protesta nera durante la cerimonia di premiazione dei 100 metri piani di atletica leggera. In quest’ottica si inquadra la non ammissione di una delegazione di atleti palestinesi, che avrebbero potuto turbare l’ambiente con le loro rivendicazioni territoriali.
La manifestazione prende il via il 26 agosto, trasmessa a colori in Italia. Monaco di Baviera diventa la Capitale di un altro mondo: non esistono guerra fredda e divisioni territoriali, ma solo migliaia di giovani pronti a sfidarsi sui campi di gara, per poi andarsi a divertire nei locali della città.
In Italia la gente riprende faticosamente il lavoro e gioisce per le imprese dei tuffatori Klaus Di Biasi e Giorgio Cagnotto e per quelle della nuotatrice Novella Caligaris, mentre prende il via la nuova stagione calcistica, una delle più appassionanti della storia del calcio.
Per una settimana le imprese a cinque cerchi fanno dimenticare le “miserie della quotidianità”, in un Paese governato, si fa per dire, da una classe politica quanto mai litigiosa, una contrapposizione sociale al massimo della tensione e con qualche incertezza di troppo sul futuro.

5 settembre 1972: L’IMMEDIATA VIGILIA DELLA STRAGE

La seconda settimana di competizioni bavaresi si apre con l’impresa del nuotatore Marc Spitz che, il 4 settembre, conquista la sua settima medaglia d’oro dell’edizione 1972. È un record pazzesco, mai nessuno ha saputo fare tanto, nemmeno quando c’erano gli iron-man che gareggiavano in più di una disciplina! L’impresa del nuotatore d’origine israeliana potrebbe costituire un valido argomento di dialogo nei bar e nelle fabbriche, unitamente ai commenti riguardanti il turno eliminatorio di Coppa Italia, manifestazione ormai nel vivo, aspettando l’esordio del Milan detentore del trofeo!
Gli appassionati di cinema commentano la conclusione del Festival di Venezia: ancora una volta senza vincitori ne vinti, se non per il premio alla carriera dato a Charlie Chaplin. In questa edizione viene presentato “Arancia Meccanica”, film destinato ad impressionare, trattando la tematica della criminalità urbana, problema che inizia ad attanagliare le periferie delle grandi città, affiancando quella di natura politica.

5 settembre 1972: IL GIORNO DELLA STRAGE

Dovrebbe essere un martedì come tanti, questo 5 settembre 1972, con i bambini cche si godono gli ultimi giorni di vacanza ed i genitori che, come ogni giorno, si recano al lavoro. Già dai notiziari radio della mattina, però, si comprende che qualcosa di grosso sta accadendo, proprio a Monaco! Si parla di un’irruzione nel villaggio olimpico di un commando terrorista palestinese, che avrebbe preso in ostaggio alcuni atleti israeliani. I contorni della vicenda sono chiari solamente a metà giornata, quando i GR dell’ora di pranzo sono in grado di descrivere la situazione: ci sono già due morti enove ostaggi. Si sa che c’è una trattativa in corso, ma come possa finire questa vicenda rimane una triste incognita! Ciò che è invece lampante è il risveglio dal sogno!
Si seguono i giornali radio del pomeriggio, in onda tra una canzone, un bollettino meteo e i consueti dati di borsa! Arriva anche la notizia della sospensione delle gare, un atto dovuto secondo molti!
Le prime immagini dell’accaduto arrivano all’ora di cena, nel telegiornale della sera, il quale, tuttavia, parla di una trattativa, con la quale chiudere felicemente (tuttavia ci sono già stati due morti) questa triste vicenda!

5 settembre 1972: IL TRISTE RISVEGLIO

La trattativa, in realtà, nascondeva un piano per eliminare il commando e liberare tutti gli ostaggi. Al risveglio i giornali radio del mattino danno la notizia del fallimento dell’operazione: tutti i componenti della delegazione israeliana sono stati uccisi, dopo oltre venti ore di speranze vane!
Sconcerto, incredulità: tutto questo è accaduto nell’efficentissima Germania; ma che cos’è andato storto?
La sequenza reale dei fatti si è chiarita quasi del tutto solo nnegli anni, qui sono descritte<br /> le drammatiche fasi finali della strage, mentre le motivazioni sono state chiare fin da subito! Non sarà troppo lontano dalla verità quarant’anni dopo Pietro Mennea, quando, commemorando l’evento dirà:

Al momento, comunque, restano molte domande: come è stato possibile che un commando sia penetrato all’interno di un luogo che doveva essere sicuro? Perché il Comitato Olimpico non ha fermato le competizioni? Come mai la polizia di una delle nazioni più evolute del mondo non è riuscita a sopraffare otto terroristi?
Assieme al dolore per la perdita di undici ragazzi, il 5 settembre 1972 ha segnato in modo indelebile la fine di un sogno.

5 settembre 1972: conclusioni

Abbiamo cercato di rivivere l’atmosfera di quel 5 settembre 1972, rifacendoci proprio ad una quotidianità diversa, per alcuni aspetti, ma molto più simile di quanto si pensi a quella che stiamo vivendo.

Domenica 1 maggio 1994: Addio Ayrthon Senna!

Proprio come oggi, il 1° maggio del 1994, la formula uno si è ttrovata a scrivere quello che, probabilmente, si è rivelato il weekend più triste della sua storia ultra cinquantenaria: due incidenti mortali in altrettanti giorni, hanno funestato l’allora Gran Premio di San Marino, corso sul tracciato di Imola, da poco intitolato ad Enzo e Dino Ferrari.


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Per il racconto di quel tremendo weekend, rimandiamo tutti a questo link, mentre qui, in queste poche righe, diamo spazio al ricordo delle emozioni stimolate da tanta enormità. A lasciarci tragicamente erano il gregario prima ed il “campionissimo”, la cui scomparsa metteva in secondo piano quella di un ragazzo che, a 32 anni stava vivendo il proprio sogno, a contatto col collega, fino a quel momento esempio e punto di riferimento, che lo avrebbe seguito a distanza di ventiquattr’ore. Di colpo il nastro del tempo sembrava riavvolgersi fino ad almeno dodici anni prima, riportando tristemente e dolorosamente la memoria alle tragedie che hanno colpito a poca distanza Gilles Villeneuve e Rick Paletti, fino a quel momento le ultime vittime in una corsa di Formula UNO. Ora la sorte funesta si portava via Ayrthon Senna, forte di tutti, nonché punto di riferimento ed orgoglio per un’intera nazione.
In quell’assolato tramonto di maggio, mentre si sperava in un miracolo, cresceva in tutti la convinzione che per il mondo dei bolidi nulla sarebbe più stato come prima, mentre molti tifosi si sarebbero sentiti più soli.

21 giugno 1981: L’ULTIMO ACUTO DEL POETA


21 giugno primo giorno d’estate, in cui le domeniche raramente sono state dedicate al “Dio Pallone”! Una di queste è proprio quella del 1970, quando il Brasile trionfava nella finalissima del mondiale messicano proprio contro l’Italia, aggiudicandosi la Coppa Rimet e lasciando a noi un mare di rimpianti e di polemiche. Qui però, noi parliamo d’altro attraverso un salto in avanti di undici anni, raccontando un gran premio di Formula UNO, destinato purtroppo ad entrare nella storia.


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Non c’è il sole ad accogliere la bella stagione in questo 1981, in un giugno che ha visto l’Italia piangere la morte di Rino Gaetano e, sopratttutto, inchiodarsi per ore ed ore davanti ai teleschermi trepidando, sperando, per poi cadere nel dolore per la tragica fine del piccolo Alfredo Rampi.
Lo sport ha regalato uno dei campionati di serie A più avvincenti nella storia, vinto dalla Juventus, mentre Giovanni Battaglin ha conquistato il Giro d’Italia, entrando da trionfatore nell’Arena di Verona.
Il meteo non certo amico induce molti a trascorrere
la domenica pomeriggio davanti al televisore, per seguire il Gran Premio di Spagna di Formula UNO; l’entusiasmo, tra l’altro non manca, alla luce della grande vittoria conquistata da Gilles Villeneuve nella precedente gara disputata a Montecarlo! Le qualifiche, però, smorzano gli entusiasmi: il canadesino della “rossa” parte solo dalla quarta fila, preceduto dalle solite Brabham, Renault e Williams. Villeneuve, però, allo scattare del verde, recupera immediatamente alcune posizioni, in una partenza contraddistinta dall’errore di Jacques Laffite, al quale scivola la frizione, chiudendo il primo giro all’11o posto. Villeneuve, intanto, supera pure l’arcigno Carlos Reuteman, entrando così in zona podio, alle spalle del solo Alain Jones. Il Campione del Mondo in carica controlla le operazioni fino al quattordicesimo giro quando, per un’uscita di pista, si ritrova in fondo al gruppo. Villeneuve è primo, ma la corsa è appena iniziata! Troppe volte la foga o la macchina lo ha tradito, ma questa volta Gilles sembra guidare sicuro, mentre alle sue spalle accade di tutto: Piquet ed Andretti escono di strada in un duello per un sorpasso, mentre il giovane francese Alain Prost abbandona, dopo un testacoda, mentre si trovava in terza posizione. Laffite intanto rimonta fino a porsi all’inseguimento di un Villeneuve, mai così “ragioniere del volante”. In cinque gli si avvicinano, ma lui non fa passare nessuno. Gli ultimi giri vedono un trenino di cinque vetture pronte a superarsi, ma tutto è inutile: dopo il clamoroso sorpasso sul tracciato di Montecarlo, Villeneuve regala il bis, con un’impresa destinata a riempire le cineteche della formula UNO. Sarà l’ultima volta che lo vedremo sorridente sul gradino più alto del podio: fra poco meno di un anno parleremo al passato, dell’ultimo vero poeta dei bolidi a ruote scoperte.

31 agosto 1997: L’ESORDIO DEL “FENOMENO” MENTRE L’ITALIA E IL MONDO PIANGONO LADY DIANA

Gli ultimi giorni dell’agosto del 1997 sono carichi d’attesa in Italia! il 31, ultima domenica ed ultimo giorno del mese, parte il campionato di serie A e a Milano esordisce il “fenomeno”: quel Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo, costato all’Inter di Massimo Moratti ben cinquanta miliardi di lire. Avversario è il Brescia, neopromossa il cui Presidente, Gino Corioni, si sta mangiando mani, braccia e quant’altro, per aver rifiutato l’ingaggio del giocatore qualche anno prima, quando sarebbe arrivato per alcune centinaia di milioni! Tutti attendono le giocate del brasiliano, ma questa non sarà la sua domenica, come non lo sarà per nessuno dei divi del pallone!

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La mezzanotte di questa domenica 31 agosto è scoccata da qualche decina di minuti; a Parigi una Mercedes parte a tutta velocità da un’uscita secondaria dell’Hotel Riz, seguita da uno stuolo di motociclette. Sul sedile posteriore della vettura siedono la Principessa Lady Diana e Dodi Al Fayed, figlio del miliardario arabo Mohammed, proprietario della catena stessa, oltre che di numerosi famosissimi centri commerciali. Tanta furia è dovuta alla volontà di sottrarre L’ex consorte del Principe Carlo d’Inghilterra dai flash indiscreti e ormai indisponenti dei fotografi, a caccia d’immagini da vendere a peso d’oro.
La macchina procede ad alta velocità per le vie parigine, imbocca il tunnel dell’Almà, ma all’altezza del tredicesimo palo sbanda andandosi a schiantare contro il sostegno stesso. È una botta tremenda: l’autista muore sul colpo, mentre i due passeggeri vengono trasportati all’ospedale in condizioni gravissime. Dodi muore in ambulanza, mentre la principessa agonizza per qualche ora: prima del risveglio della gente comune.
Le notizie della tragedia iniziano a circolare immediatamente, tanto che i telegiornali della mattina sono già pieni di servizi. Scoppiano le polemiche, con i paparazzi principali accusati. In realtà, nei giorni a venire, e per molti anni, si faranno congetture di ogni tipo: dalla disgrazia al complotto, per spiegare una tragedia che lascia attonito il mondo intero, distogliendo quasi totalmente l’attenzione dalla prima giornata di serie A della stagione calcistica 1997-98, la prima del “fenomeno”, il quale fornirà una prestazione opaca, mentre a brillare sarà il giovanissimo uruguayano Alvaro Recoba, autore dei due gol con i quali l’Inter batte, con molta fatica, il Brescia.

17 AGOSTO 1969: LA DOMENICA DI WOODSTOCK

È una domenica particolare quella che vi andiamo a raccontare quest’oggi; una di quelle destinate a cambiare il corso

della storia di uno dei campi preferiti della nostra esistenza: la musica!


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L’anno è il 1969. In Italia, come ormai da tradizione, le città sono deserte, in quanto la maggior parte della popolazione

sta trascorrendo le canoniche ferie d’agosto al mare. Sulle spiaggie imperversa la musica di lucio Battisti, mentre si

commenta ancora l’impresa dell’Apollo 11, che solo poche settimane prima, ha portato due uomini a compiere i primi passi

sulla Luna. Gli appassionati di calcio, dal canto loro, assistono dai giornali ai primi passi delle loro squadre del

cuore, impegnate nella preparazione estiva, di una stagione che si concluderà con i “Campionati Mondiali del Messico”.
È altresì un grande periodo di fermenti sociali, con i giovani in cerca di un’altra via per trascorrere la loro esistenza

su questo pianeta. Da qualche anno tutto è in discussione: la famiglia, la patria, la scuola; nulla sfugge alla richiesta

di rinnovamento. “Pace e Amore Libero sono le parole d’ordine principali e musica, tanta musica, dura, cattiva, urlata,

composta quasi sempre sotto gli effetti di sbornie colossali o stupefacenti! Una simile filosofia di vita trova il suo riscontro nel movimento Hippie – “i figli dei fiori”, i cui componenti vogliono vivere quella che, a tutti gli effetti, non sarà altro che un’utopia. Dietro, infatti, c’è chi è pronto a sfruttarne il lato commerciale, soprattutto se ci troviamo negli States, la patria della libera iniziativa e del libero mercato. JP. Roberts e Joe Rosenman sono due giovani rampanti, i quali, sul far dell’estate, pubblicano sulle pagine delle principali testate newyorkesi il seguente annuncio: “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.” La risposta più interessante giunge da Woodstock, località nella Contea dell’Ulster, appartenente allo Stato di New York, teatro in estate di una manifestazione d’arte. All’inizio l’idea è quella di costituire uno studio di registrazione, destinata ad evolvere ben presto nella creazione di un vero e proprio evento musicale. Sulle prime Rosenman vorrebbe abbandonare il progetto, ma poi decide di rimanere della partita. L’iniziativa prende il nome di Woodstock Venture: per la quale, in men che non si dica, vengono venduti oltre 180 mila biglietti. A questo punto gli organizzatori decidono di rendere libero l’ingresso, convinti di poter far fronte alle spese con ciò che gli avventori avrebbero consumato. Tuttavia le difficoltà non mancano: la cittadinanza di Woodstock non vuole il concerto il quale, il 15 luglio 1969, sembra saltare definitivamente, per una questione di permessi non concessi, per il mancato rispetto delle norme igieniche. Basta tuttavia spostarsi di poche decine di chilometri, alzare l’offerta d’indennizzo che, a Betel, c’è chi è pronto a mettere a disposizione la propria tenuta. Prima è un certo Tiber, il quale, però, resosi conto dell’inadeguatezza del proprio terreno, presenta gli organizzatori a Max Yasgur, un allevatore in possesso di oltre 600 acri, affittati per ben 75.000 dollari.
La notizia del festival circola già prima della firma con gli organizzatori che, per altri 25.000 dollari, affittano alcune tenute adiacenti, così da aver ancor più spazio a disposizione. Tutto questo, comunque, attendendo 50.000 persone. In pratica, il più grande raduno hippye della storia, inno alla libertà, alla mancanza d’interessi e all’amore disinteressato, non è altro che una grande operazione di marketing!
Quando arriva domenica, le 16 colonne di amplificatori stanno diffondendo da tre giorni le note dei più famosi artisti rock del momento, con gli spettatori – qualcuno li stima in mezzo milione – intenti ad ascoltare musica, a bere, a tirar di coca (e quant’altro) e ad amarsi, liberamente, quasi animalescamente. Ha iniziato Richie Evans, infiammando la folla, tanto da dover improvvisare. Nasce così il brano Freedom, uno delgi inni della manifestazione. Chiude la giornata dedicata agli artisti folk Joahn Baez, la donna capace di trascinare la gente nelle strade con le sue canzoni di protesta civile, contro la guerra, contro le e contro l’ingiustizia sociale.
Il giorno precedente, a partire da mezzogiorno, gli altoparlanti hanno ripreso a raccontare le loro storie di chitarre distorte, voci grintose, al limite dello sgraziato e ritmi spesso compulsivi. Questa domenica 17 agosto inizia prima ancora della fine della seconda giornata di esibizioni, nella quale si sono distinti i vari Carlos Santana, Jamis Joplin, i Creadence Clearwater Revival, con gli Who, saliti sul palco alle 4 del mattino dopo un litigio per una questione pare di soldi, pronti ad accoglere il nuovo giorno, seguiti dagli Jefferson Airplains.
In teoria, la domenica dovrebbe chiudere il festival, ma l’atmosfera è troppo “bella” perché tutto finisca, pertanto si proseguirà un giorno oltre. Si parte con Joe Coker, preceduto dai brani strumentali della “The Grease band”. Chiude il tutto Jimmy Hendrix, la cui esibizione rappresenta probabilmente il momento più alto dell’intera manifestazione, esempio di convivenza al di fuori delle regole. Nonostante i problemi logistici,le strutture rivelatesi insufficienti e, ad un certo punto, la scarsità di cibo, tutto fila liscio. Rimarranno nel ricordo, come aspetto negativo, solo i grandi ingorghi stradali attorno alla location.
Questo accadeva dall’altra parte del mondo domenica 17 agosto 1969, una domenica destinata a fungere da sparti acque.

19 maggio 1991: I “RAGAZZI DI BOSKOV” DIVENTANO FINALMENTE GRANDI!

Mancano pochi minuti alle 18 di un’assolata domenica di maggio quando a Genova scoppia il finimondo! È appena terminata la partita tra la Sampdoria e il Lecce col rotondo successo dei padroni di casa per 3 a 0. E allora? La formazione blu cerchiata è appena diventata Campione d’Italia con una giornata d’anticipo. È il coronamento di un sogno per una società partita con grandi ambizioni al momento della sua fondazione nell’immediato dopoguerra, per accontentarsi di un ruolo da provinciale negli anni sessanta e settanta, fino alla retrocessione nel 1977. Iniziano qui anni difficili fino all’arrivo alla presidenza del petroliere Paolo Mantovani nel 1978.
L’inizio non è dei migliori con tre campionati grigi, rischiando in qualche momento il crollo in serie C1. Tutto cambia nell’estate del 1981, quando Mantovani decide di puntare direttamente alla promozione nella massima serie, allestendo una formazione di tutto rispetto. La ricetta è semplice: soldi e scambi azzeccati: la stella Alviero Chiorri, ad esempio, viene ceduto in prestito al Bologna in cambio degli esperti Salvatore Vullo e Salvatore Garritano. La dirigenza, per altro, compie un altro capolavoro acquistando dal Como il giovane e promettente difensore Pietro Vierchowood, già nel giro della nazionale. Il giocatore, in lizza per una maglia aagli imminenti mondiali di Spagna, non vorrebbe scendere di categoria. Viene accontentato: andrà in prestito alla Fiorentina in cambio dell’esperto difensore Giuseppe Guerrini, dell’attaccante Ezio Sella e del centrocampista Andrea Manzo. Da Ascoli, in cambio della comproprieta di Gian Luca De Ponti, arrivano i protagonisti del fantastico quinto posto 1979-80 Alessandro Scanziani e Gianfranco Bellotto. Completano la spesa il portiere Paolo Conti, ceduto al Verona in cambio di Claudio Garella, l’ala Paolo Rosi e Nicola Zanone, capace di trascinare l’Udinese alla salvezza in serie A realizzando ben 8 gol, pur essendo giunto in Friuli solo a novembre. La cavalcata non è trionfale in un campionato duro e combattuto dalla prima all’ultima giornata, con ben sette formazioni in lizza per il salto di categoria, ma alla fine i doriani festeggiano assieme a Verona e Pisa.
Giunto in serie A, il Presidente Mantovani appronta un piano di rafforzamento per ottenere qualche cosa di più che una salvezza tranquilla. Innanzitutti non si lascia scappare l’irlandese William Brady, appena scaricato dalla Juventus, nella quale è stato protagonista degli ultimi due scudetti vinti. Successivamente mette a segno il colpo destinato a segnare un’epoca: a suon di miliardi vince l’asta per il talento del Bologna Roberto Mancini. Il diciottenne attaccante jesino giunge in Liguria in cambio di una robusta contropartita tecnica ed in denaro. E il neo campione del mondo Pietro Vierchowood? Questa volta viene mandato a Roma in prestito, in cambio dell’arrivo, sempre in prestito, degli esperti Dario Bonetti e Domenico Maggiora. In piena estate, poi, il tutto si completa con l’acquisto della stella inglese Trevor Francis, reduce da un buon mondiale disputato con la sua nazionale e, apparentemente, recuperato da una serie di gravi infortuni che ne hanno compromesso l’entrata definitiva tra i grandissimi del calcio. La squadra lotta per tutto il campionato per un posto UEFA, ma alla fine è solo settimo posto con una serie di grandi prestazioni. Tanto basta a Mantovani per non mollare la presa. Inizia una serie di campagne acquisti che portano in Liguria campioni affermati, come i vari Souness, Briegel, Katanec, Dossena e Cerezo e grandi promesse comeMoreno Mannini, Luca Fusi e soprattutto Gian Luca Vialli. Non mancano gli incidenti di percorso, come i miliardi spesi per l’ingaggio dal Catanzaro di Giuseppe Lorenzo nel 1985, un lungagnone incapace di mantenere le promesse. Intanto iniziano ad arrivare i successi: la prima Coppa Italia conquistata a spese del Milan nel 1985, seguita da altri due successi nella stessa competizione nel 188, a spese del Torino e nel 1989, a spese del Napoli. La Samp si fa notare anche in Europa, perdendo una finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona nell’89, conquistando quella dell’anno seguente contro i belgi dell’Anderlecht. La squadra ha i mezzi tecnici per cucirsi lo scudetto sulle maglie, ma, puntualmente, nei momenti topici manca l’appuntamento.
La stagione 1990-91 parte con le scorie fisiche e morali lasciate dal mondiale appena concluso. Gian Luca Vialli, atteso come grande protagonista, è uscito con un menisco a pezzi e col morale a terra. Il suo gemello di reparto, Roberto Mancini, è uscito rabbioso da una manifestazione in cui non ha disputato nemmeno un minuto, guardando tutte le partite dalla tribuna, nonostante l’infortunio all’amico e l’accantonamento di Andrea Carnevale, dopo il gestaccio al tecnico Vicini, colpevole di averlo sostituito durante la gara con gli Stati Uniti.
Come al solito, la Samp parte alla grande, attendendo il rientro di Vialli e trascinata da un Mancini finalmente decisivo. La stella marchigiana segna, inventa e si comporta da vero leader. Emblematico è quanto accade alla nona giornata sul terreno di Napoli, quando il “Mancio” lascia all’amico rientrante Gian Luca Vialli la soddisfazione di firmare la rete del 4 a 1, gesto che a molti ha ricordato quanto fatto due anni e mezzo prima sullo stesso terreno da Ruud Gullit con Marco Van Basten. A fine anno, poi, i doriani strapazzano l’Inter nello scontro diretto. Sembra l’anno buono, ma puntualmente arriva il calo: la domenica successiva i blu-cerchiati vengono sconfitti in casa dal Torino, per poi uscire battuti anche dal terreno di Lecce. È il punto più basso della stagione: dopo il pareggio casalingo con la Lazio del duo Riedle-Ruben Sosa, Mancini e compagni si esibiscono in un incredibile crescendo rossiniano. La squadra non conosce sconfitte, battendo puntualmente le dirette rivali: prima la Juventus per 1 a 0, successivamente il Milan (2 a 0), per finire con l’impresa di Milano del 5 maggio, con la quale ha praticamente stromesso l’Inter dalla corsa. Un punto a Torino ed ora serve solo un pareggio contro il Lecce in lotta per non retrocedere. I maligni hanno qualche dubbio circa la tenuta dei ragazzi di Boskov che, come detto in apertura, disputano una gara autoritaria, chiudendo il conto in mezz’ora, prima di iniziare un lunghissimo conto alla rovescia.
Dopo 67 anni lo scudetto torna a Genova, ma sull’altra sponda del Bisagno. Vince la Samp, una piccola capace di programmarsi come una grande. Lo scudetto doriano, infatti, non è un evento estemporaneo come quello del Verona di Bagnoli, per dirne una, ma rappresenta l’apice di un ciclo vincente, di una formazione capace di ottenere altri successi, come la finale di Coppa dei Campioni nel 1992, persa solamente ai supplementari contro il Barcellona e la Coppa Italia nel 1994, all’indomani della scomparsa del Presidente Paolo Mantovani.
Questo è quanto accade il 19 maggio 1991, quando un gruppo di eterni ragazzi diventa definitivamente grande!

DOMENICA 12 MAGGIO 1974 E 1985: LAZIO E VERONA NELLA LEGGENDA

Un giorno per due domeniche davvero particolari per il calcio italiano. Due domeniche ed un unico destino: l’entrata nella leggenda del “Dio Pallone,” qualunque sia stato il proseguio della storia. Protagoniste del nostro tuffo nel passato sono la Lazio di Tommaso Maestrelli, divenuta Campione d’Italia proprio il 12 maggio 1974 e il Verona di Osvaldo Bagnoli, uguale destino esattamente undici anni più tardi. Andiamo in ordine cronologico.
Splende il sole sull’Italia chiamata alle urne per decidere se mantenere o meno la legge che consente il divorzio. Comunque vada, sarà una data storica, in quanto è in ballo la primazia della concezione clericale: vincessero i si, quindi l’abrogazione delle norme, si riaffermerebbe il potere religioso; vincessero i no, sarebbe la fine dello “stato confessionista” in profonda crisi fin dal 1968. Mentre la campagna referendaria tocca l’apice della sua asprezza, un gruppo tanto strampalato, quanto vincente, sta incantando l’Italia. È la Lazio di Tommaso Maestrelli, ex centromediano di buona levatura negli anni quaranta, capace di fare di un manipolo di prime donne un team vincente. Ci sono almeno quattro leader, tutt’altro che amici fuori dal campo, ma pronti a mettere da parte gelosie e rivalità ogni domenica per due ore, quelle necessarie per battere gli avversari. Il portiere Felice Pulici si erge a baluardo insuperabile di una difesa diretta magistralmente dall’avvocato Giuseppe Wilson. A centrocampo l’infinito dinamismo del biondo Luciano Re Cecconi si mette al servizio delle geometrie di Mario Frustalupi, mentre il genio della promessa Vincenzo D’Amico fa da carburante al duo Chinaglia-Garlaschelli a segno con una regolarità impressionante.
Serve un punto alla Lazio per coronare un sogno e raggiungere un traguardo mancato quando a vestire di bianc’azzurro erano fuoriclasse del calibro di Silvio Piola, Vittorio e Lucidio Sentimenti, Lorenzo Burini ed Arne Selmosson. Avversaria di turno è il Foggia, l’ex società del tecnico Tommaso Maestrelli e Luciano Re Cecconi, autrice di un girone d’andata concluso nelle posizioni di vertice, prima di finire invischiata in una lotta salvezza più cruenta che mai. Dietro resiste solo la Juventus, la quale spera in un crollo dei Capitolini per riconfermarsi Campione d’Italia per il terzo anno consecutivo, magari in volata come nelle due precedenti occasioni.
Tutti in campo alle 16,00. La Juventus parte a spron battuto contro il Cagliari, con Pietro Anastasi, uno che ogni settimana deve contendere una maglia a gente che si chiama Josè Altafini e Roberto Bettega, spietato cannoniere. La Lazio, invece, sembra contratta. La sconfitta di sette giorni prima rimediata sul terreno del Torino si fa sentire, come per un maratoneta che sta percorrendo gli ultimi 195 metri guardandosi indietro. Al termine della prima frazione di gara nulla è ancora deciso: la matematica non dà ancora ragione agli uomini del presidente Umberto Lenzini. Si torna in campo alle 17,00 e un quarto d’ora più tardi il destino si compie. C’è un calcio di rigore per la Lazio; sul dischetto si presenta bomber Chinaglia, il quale non fallisce. Il resto è accademia, con un Foggia incapace di reagire agli eventi e pronto ad assistere all’incoronazione dei nuovi campioni. Inizia così la festa per la “squadra con la pistola”, mentre il popolo decreta la fine dell'”Italietta confessionista”.
Trascorrono undici primavere, nuove elezioni, questa volta meno epocali, trattandosi di normali turni amministrativi, ma stesso scenario. Con un pareggio il Verona diventa Campione d’Italia. Solo un pazzo, in estate, avrebbe potuto pronosticare un epilogo simile, nella stagione degli acquisti ultra miliardari dei vari Maradona, Rumenigge e Socrates. Invece i veneti, facendo immediatamente provare al divino Maradona la durezza del campionato italiano, s’involano verso la leggenda per merito di un gruppo granitico, che ha fatto della coesione dentro e fuori dal campo il proprio punto di forza. Non splende il sole sull’Italia domenica 12 maggio 1985, ma ciò non impedisce a migliaia di veronesi di raggiungere Bergamo, per assistere alla probabile incoronazione dei giallo-blu a campione d’Italia. La gara inizia alle 16 con un primo tempo combattuto che vede prevalere l’Atalanta per 1 a 0. Dietro si spera, ma 8 minuti dopo l’inizio della ripresa, il danese Preben Elkjaer realizza la rete del pareggio. A questo punto in tutti prevale la voglia di festeggiare. L’Atalanta, reduce da un ottimo campionato di centro classifica, non affonda e l’ultima mezz’ora si trasforma in un’infinita passerella per un gruppo destinato a scrivere una pagina di calcio irripetibile. Pochi minuti prima delle 18 a Bergamo e a Verona, con la celebre Piazza Bra gremita di tifosi, esplode una festa destinata a durare una settimana, con l’apoteosi prevista per la gara casalinga contro l’Avellino.
Due domeniche simili per due tifoserie poco avvezze al successo. La storia racconterà di altri momenti di gloria per i tifosi della Lazio, mentre gli scaligeri vivranno periodi davvero bui, culminati con una retrocessione in serie C1, rischiando addirittura la discesa nella quarta serie nazionale.